Carceri, dall’emergenza al disastro

Da «salva Previti» ad «ammazza Gozzini». Messe tra parentesi con l’emendamento Udc le vicende giudiziarie dell’onorevole-avvocato, la ex Cirielli svela il suo vero volto di legge sciagura per il sistema carcerario. Le norme che allungano la detenzione per i recidivi si tradurranno in un aumento della popolazione carceraria, composta per il 60 per cento da migranti e tossicodipendenti. Gli aumenti della pena avranno come destinatari «privilegiati» i criminali minori, quelli che dietro le sbarre ci rimangono a causa della somma di pene imputabili a reati diversi. Reati che si combinano tra di loro come tasselli di un mosaico fatto di micro illegalità e disagio sociale. Il sovraffollamento delle carceri italiane, la cui capienza è di 41 mila detenuti e che ne ospitano circa 60 mila, è destinato a crescere esponenzialmente. Patrizio Gonnella di Antigone (associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale) abbozza anche una previsione quantistica del disastro: «Gli aumenti della pena, dovuti all’applicazione della recidiva, si potranno sostanziare nei termini, più o meno, di un terzo rispetto agli anni di galera ad oggi inflitti. Ciò significa 20 mila persone in più dentro le carceri in un breve lasso di tempo».

I dati sugli effetti vanno letti comparandoli con quelli relativi alle attuali condizioni di carcerazione. A ricordarli in aula ieri a Montecitorio è stato il deputato della Margherita Pier Luigi Mantini. «La situazione negli istituti di detenzione è di una gravità inaudita – sottolinea l’onorevole Dl -. Il 70 per cento dei detenuti non ha l’acqua calda in cella; il 18,8 vive in carceri dove il bagno non è situato in un vano separato, ma collocato accanto al letto; il 29,3 per cento non può direttamente accendere la luce; il 18, 4 vive in celle dove anche durante la notte vi è luce intensa e non fioca o attenuata».

Sul punto è intervenuto più volte anche il consiglio superiore della magistratura, bocciando con due pareri la ex Cirielli. Pareri che non sono mai stati votati dal plenum dell’organo di autogoverno della magistratura a causa dell’ostruzionismo dei consiglieri laici della Cdl e nei quali si mette sotto accusa il meccanismo della recidiva, destinato a «creare un trattamento differenziato per `tipo di autore’ che contrasta con il dettato costituzionale dell’articolo 27».

La norma della carta fondamentale richiamata è quella secondo la quale «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Un principio che fa della sanzione non il corrispettivo di una punizione, ma l’elemento in grado al contempo di ribadire la obbligatorietà delle norme e di agevolare il reinserimento sociale del detenuto.

Il centro destra difende, invece, con fierezza l’aspetto repressivo nei confronti di quelli che l’onorevole nazionalalleato Ignazio La Russa definisce gli «habitué del crimine», dimenticando di aggiungere che la ex Cirielli, dimezzando i termini di prescrizione per i reati dei «colletti bianchi», assicura l’impunità a chi commette illeciti che da soli ( e non per l’accumulo di sanzioni) sono punti con pene di gran lunga maggiori di quelle previste per i reati minori. La ex Cirielli determina così una schizofrenia del giudizio, che si incardina sui binari dell’ indulgenza relativamente alle categorie «privilegiate» di rei e su quelli dell’autoritarismo per i poveri diavoli dell’illegalità.

L’associazione nazionale magistrati denuncia il pericolo derivante dalla disparità di trattamento: «Introducendo una differenziazione dei termini di prescrizione dei reati su base soggettiva si viola il principio di eguaglianza giuridica». Timori rilanciati con forza dalle organizzazioni dei penalisti italiani, che non smettono di ricordare come le pene «devono sempre ispirarsi al senso di umanità». Ma si tratta di sirene d’allarme che hanno suonato a vuoto: ieri la ex Cirielli è passata alla camera.