Cara televisione, ma tu i libri li odi?

Quale influenza ha la televisione sulla lettura libraria, o più precisamente sulle scelte d’acquisto dei lettori di libri? Quali sono le reti e le trasmissioni che di libri si occupano, e come lo fanno, in quali orari, con quale frequenza e con quali conseguenze sulle vendite? A questi e altri interrogativi risponde una ricerca coordinata dall’Ufficio studi dell’Associazione italiana editori, che ne riassume i risultati sul Giornale della Libreria di febbraio.
Vengono ricordate anzitutto le ragioni che portano all’acquisto di libri (fonte Demoskopea novembre 2005), in una classifica che vede in testa le caratteristiche intrinseche del libro: genere (64 per cento), nome dell’autore (52), titolo (44), risvolto (34). Cui seguono la lettura di recensioni e articoli (48), il passaparola (47), e buon’ultima la radio-televisione nel suo insieme (29). Se ne possono ricavare alcune ipotesi: la concretezza dell’acquirente-lettore nel valutare soprattutto il prodotto nella sua specificità, una certa relazione tra la lettura libraria come esperienza squisitamente tradizionale e la preferenza di canali d’informazione estranei ai moderni mezzi di comunicazione di massa (recensioni e passaparola, appunto), e perciò la minor fiducia o familiarità verso la televisione. Atteggiamento questo che sembra confermato indirettamente dai valori del tutto trascurabili dell’influenza esercitata dalla pubblicità.
I sottintesi critici interni a quella mancanza di fiducia, comunque, possono forse trovare qualche conferma nella distribuzione delle recensioni tra le varie case editrici. La ricerca ha censito tutti i titoli proposti sulle reti nazionali in chiaro dal 15 ottobre al 15 novembre 2005, dimostrando che dei 300 titoli presentati dall’informazione libraria televisiva in senso stretto (esclusi cioè film o sceneggiati ispirati in vario modo da libri), quasi la metà sono pubblicati da grandi case editrici (48 per cento), a cui si aggiungono i titoli di piccoli e medi editori controllati dalle medesime (24), lasciando ai piccoli e medi editori indipendenti (ormai ridotti di numero, tra l’altro) soltanto il 28 per cento. Si può pensare insomma che il lettore più avvertito, frequentatore verosimilmente più assiduo delle trasmissioni librarie, non si fidi troppo di una informazione allineata con i rapporti di forza sul mercato. Al tempo stesso quella mancanza di familiarità probabilmente risente anche della collocazione delle trasmissioni, concentrate nelle ore del mattino o della notte, con una audience piuttosto ridotta. Ma non c’è dubbio che la ragione più importante della scarsa influenza televisiva sia l’inadeguatezza quantitativa e qualitativa delle trasmissioni.
Le reti più attive sono RaiTre e Canale 5 rispettivamente con 108 e 87 titoli, ma i tre canali delle televisione pubblica coprono complessivamente il 61 per cento dei titoli presentati anche grazie a Rai Educational, mentre minimo è il contributo di Italia 1 e inesistente quello di Rete 4. Buona invece la quota di La 7, con 29 titoli. Quanto ai generi, prodotto leader è naturalmente il romanzo (42 per cento), seguito dalla saggistica in senso lato (di attualità, storia, eccetera), dalle biografie e dai manuali.
Ma all’interno di questo panorama si distinguono due aree: i programmi specializzati e i contenitori. Accomunati dalla brevità (tra i 10 e i 60 minuti), dalla cadenza per lo più settimanale e dalla prevalenza della formula della presentazione da parte del conduttore o dell’esperto, i primi. Coprono da soli il 75 per cento dei titoli i programmi delle cinque trasmissioni Rai: il «salotto letterario» di Gigi Marzullo su RaiUno, la rubrica del Tg1 che parla di libri intervistando gli autori, e su RaiTre Cult book di Rai Educational che si vale del potere evocativo delle immagini, e Per un pugno di libri che mette a confronto due classi di ragazzi degli istituti superiori (entrambe dedicate a classici antichi e moderni), oltre alla breve rubrica del TgR Lombardia Prova d’autore. Percentuali minori hanno Canale 5 con i consigli di Aldo Busi e La7 con Due minuti un libro di Alain Elkann. Una disparità tra reti pubbliche e private perciò, nella quale si potrebbe ritrovare un riflesso della divisione di ruoli (in gran parte superata per la verità nell’insieme dei palinsesti, più nel male che nel bene) tra «educazione» e «divertimento». Quella disparità del resto viene solo in parte smentita dai dati sui contenitori, dove prevalgono Canale 5 con Il diario-tutte le mattine di Maurizio Costanzo e altre trasmissioni, seguite tuttavia a breve distanza da RaiTre. Contenitori che hanno tratti molto eterogenei, dall’intrattenimento all’informazione, con un ruolo preminente della presenza fisica dell’autore come personaggio, rispetto alla veloce presentazione del libro. Accade perfino in una trasmissione intelligente come Che tempo che fa di Fabio Fazio.
Da questo quadro complessivo, tra dominio delle grandi Case, collocazioni in orari poco felici, brevità e velocità informativa, personaggi prevaricanti sul libro, emergono i ritornanti successi di vendite di Bruno Vespa, con passaggi televisivi in quasi tutte le reti, in spazi diversissimi (prevalenti i contenitori) e con una martellante esposizione mediatica dell’autore. Anche se non mancano certamente (e fortunatamente) casi assai differenti, come quello degli Scritti corsari pasoliniani, grazie alle trasmissioni che gli sono state dedicate nel trentesimo anniversario della morte.
I limiti di fondo dell’informazione televisiva comunque, vengono indicati con chiarezza nello stesso numero del Giornale della Libreria da Marino Sinibaldi, il conduttore su Radio 3 di Fahrenheit, che è la rubrica più amata dai forti lettori. Sinibaldi in una interessante intervista a Paola Mazzucchi, oltre a criticare il ruolo marginale del libro in televisione, parla della «mancanza di immaginazione» dei programmi dedicati ai libri, e in particolare dell’inadeguatezza di una formula vecchia e noiosa: «il libro compare poco e quando capita è sempre (o quasi sempre) sotto forma di presentazione, mentre si potrebbe utilizzare il libro (…) come oggetto di narrazione, dichiarando per esempio che le storie (…) sul piccolo schermo derivano dai libri», e ancora rafforzando il legame tra certe fiction tratte da romanzi e il libro relativo che «viene invece accuratamente occultato», così come «sarebbe importante che durante il telegiornale si facesse riferimento ai libri che possono aiutare il telespettatore a comprendere e approfondire fatti di attualità su cui vertono le notizie». Pur con la consapevolezza che la televisione, rispetto alla radio, ha difficoltà oggettive di linguaggio.
Ma l’inchiesta dell’Aie, l’intervista di Sinibaldi e tutto il discorso fatto fin qui, riguardano esclusivamente l’influenza che la televisione esercita o potrebbe esercitare su coloro che sono già lettori, se è vero che sui non-lettori la televisione da sola non ha quasi nessuna presa. C’è di più. Nonostante le numerosissime, incessanti, diversificate iniziative che a ogni stagione si propongono più o meno direttamente di promuovere la lettura – presìdi, saloni, fiere, feste, festival, mostre, laboratori, recensioni e servizi giornalistico-radio-televisivo-telematici, presentazioni e dibattiti in varie sedi, letture in pubblico, nuovi punti di vendita, campagne pubblicitarie, sconti, giochi, concorsi a premi, eccetera, per non dire dei libri in edicola – nonostante tutto questo, gli italiani che leggono almeno un libro all’anno continuano a oscillare intorno al 41 per cento.
Anche i dati 2005 dell’indagine Ispo per conto dell’Aie danno la stessa cifra, mentre l’ottimistico 46 per cento registrato dalla Ipsos per conto della casa editrice Mondadori si presta ad almeno due riserve di fondo: il campione statistico consultato per la Mondadori è meno della metà dell’altro, e immutati in entrambe le indagini restano i gravi squilibri della lettura libraria in Italia. Su Tirature ’06 edito dalla Fondazione Mondadori e dal Saggiatore, Giovanni Peresson traccia un consuntivo impietoso dell’ ampliamento del divario tra lettori e non-lettori a tutti i livelli: tra Nord e Sud, titoli di studio più alto e più basso, classe socioeconomica superiore e inferiore, eccetera. In generale poi chi leggeva di più legge ancora di più, e chi leggeva di meno legge sempre meno.
Ha certamente ragione Peresson a richiamare la necessità di «politiche istituzionali capaci di porre al centro della loro attenzione il ruolo e la funzione che la lettura e il libro hanno per lo sviluppo sociale e civile del paese» (e capaci di dare finalmente una vera legge), ma tutto induce a pensare che per molto tempo ancora quel divario continuerà ad allargarsi, e la lettura libraria continuerà a essere un’esperienza privilegiata, tanto condizionanti sono le contraddizioni sociali e culturali, e tanto carenti sono le strategie editoriali nella prospettiva di una vera e durevole conquista di lettori nuovi.