Capossela, le parole di un’anima in pena

Contro ogni birignao da cantautore (odiosi, ipocriti, falsamoneta i nostri cantautori, con l’aurea esclusione di De André e un po’ di Ciampi, con l’autenticità arcigna e ostinata e astuta di Vasco Rossi, di Nino D’Angelo, di Bobo Rondelli) e contro ogni compiacenza da seduttore televisivo o «repubblicano», Vinicio Capossela è il triste maschio senz’amore del nostro tempo prefinale, il mite retore dei nostri più intimi disagi, il poeta libero e approssimato, il musicista dei cento motivati riporti, l’adulto convinto che «l’illusione è il lusso della gioventù», ma che non ce la fa a invecchiare e a smettere di illudersi. E continua, nella notte, a cercare mani amiche che col sole rifiuta, perché solo della notte si può fidare e solo nella notte può stare, luogo degli stordimenti e di quelle dimenticanze artificiali che sembra prediligere.
Egli ha saputo sempre trovare qualche nota che era anche nostra e di ogni migrante senza più casa, pure quando vorrebbe trovarne e cantarne ben altre, e ci rappresenta e ci canta, imperfetto irresoluto rompibile fugace snervato, e ci accompagna nella interminabile notte in cui molti di noi non vorrebbero trovarsi e da cui ci risveglierà un sole malato e crudele, sbattendoci in faccia tutta la violenza di una realtà insopportabile. La «nuttata» non passerà più.
Ho incontrato di recente per le vie di Napoli un musicista che ammiro, benché molto ideologico e di conseguenza con un sospetto di opportunismo nella ricerca di un pubblico «di sinistra» (perché questo pubblico, inetto sulla lunga durata politica, vuole essere compiaciuto nella sua doppiezza morale e vuole che gli si cantino le rivoluzioni di ieri e di altrove mentre invece difende con costante conformismo comportamentale il suo benessere e i suoi privilegi di qui e di adesso) e gli ho detto di avere ascoltato da poco il bel disco ultimo di Vinicio. Mi ha risposto sdegnato che, da quando Vinicio si è messo anche lui a misticheggiare, gli interessa più poco. È un’opinione che ho sentito più volte a proposito del Vinicio recente, e che mi pare confonda in uno stesso calderone l stupidità new age dei consolati e confortati e la sofferta inquietudine degli sconsolati e sconfortati. In sostanza, Vinicio Capossela ha «scoperto» qualcosa che tutti dovremmo ben sapere da tempo, essendo da tempo usciti, o scacciati dalla storia, dalle illusioni dette marxiste e dalla convinzione ebraico-cristiana-musulmana che l’uomo sia al centro dell’universo, una creatura privilegiata fatta da Dio a sua immagine e somiglianza…
Rispetto a Marx abbiamo dovuto, volenti o nolenti, fare dei passi indietro (indietro?) per reincontrare Darwin, anche lui usabile a destra – il darwinismo sociale – come a sinistra – la coscienza della nostra eredità e condanna animale, l’imperfezione della nostra evoluzione, il posto che occupiamo sulla terra diventato abusivo e distruttivo della terra tutta, il ritorno alla nuda lotta per la vita e alla nuda legge del più forte… E un altro passo indietro (indietro?) abbiamo dovuto fare, volenti o nolenti, rispetto a Freud, perché dalle speranze «positive» di Freud abbiamo dovuto espugnare l’idea di una possibile guarigione. Abbiamo dovuto rileggere Jung e ripensare agli archetipi, incontrando anche in questo un uso «di destra» di Jung e uno «di sinistra», per intenderci quello dei veri pochi grandi del postmoderno cinematografico odierno, Tsai Ming Liang e Cronenberg, Lynch e Ciprì e Maresco, e quel Kaurismaki che ci sembra l’artista non italiano più «affine» nell’animo al nostro Capossela. Ma dobbiamo anche riconoscere che Marx non ha mai avuto ragione quanto oggi quando dice che «tutto è economia» e Freud non ha mai avuto ragione quanto oggi quando mette in guardia dalla precisa possibilità – che vale per il singolo e vale per la società e per l’umanità tutta, vale per l’Uomo – che l’istinto di morte prevalga sull’istinto di vita. Con buona pace dell’amico napoletano, è con questi dati di fatto che tutti abbiamo dovuto o dobbiamo fare i conti. E il disagio che ne deriva – chiamiamolo semplicemente fallimento della storia e dell’uomo, del progresso e della civiltà – ci impone di ridiscutere le fondamenta delle nostre convinzioni, la loro inadeguatezza a interpretare il presente (e la paura, che ne deriva, di un futuro incontrollabile), e di ritornare alle domande fondamentali: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Quel che Capossela va facendo è infine questo, porsi queste domande. In modo senza dubbio confuso, ma chi non è confuso, oggi, se non si accontenta delle menzogne correnti e se si ferma a pensare?
Il sincretismo musicale si accoppia molto bene al sincretismo religioso o filosofico, nell’opera attuale di Capossela. E l’inno alla Resurrezione del Figlio dell’Uomo, del Gioia, nel più straordinario pezzo musicale creato da un musicista italiano di oggi, credo non solo «canzonettista» o cantautore, va di pari passo, con il suo entusiasmo, con la cupa constatazione «spessottiana» che siamo figli di Adamo ed Eva, che non siamo venuti dal cielo, che dall’Eden siamo stati cacciati da tempo e, nella Storia, abbiamo perduto da tempo la nostra primogenitura, abbiamo distrutto con le nostre stesse mani la possibilità di trovare un equilibrio con la nostra animalità, un futuro per la nostra specie che potesse essere di armonia con il contesto ambientale, animale e vegetale, e con i nostri simili diversi da noi per vicende per contesti, per storia per geografia per cultura. Non siamo Davide siamo Golia, dice ancora Capossela, e vuol dire non siamo Abele siamo Caino, o siamo figli di Caino – il primo assassino, ma anche il costruttore di città e dissodatore del futuro.
Il più recente spettacolo di Vinicio Capossela comincia nel fervore e nell’eccitazione, nell’ebbrezza e nell’ardore, benché attraversati da una grande irrequietezza che sembra placarsi nella nostalgia e negli assolo della malinconia, a tu per tu con il piano, nella solitudine della voce, nell’eco dei boleri di un tempo. Poi ecco di nuovo un’eugoria più malata che mai. L’io esce da se medesimo, e non si accontenta del proprio quieto soffrire, vuole ancora confrontarsi con la storia e con il mondo. Ma dando per scontata la sua sconfitta. Ma restando ostinatamente curioso – e voglioso di festa e resurrezione.
Non è poco, per un cantautore dell’Italia 2006, così disfatta stupida corrotta, distruttiva-autodistruttiva. Forse è eccessivo e può apparire talvolta «sottoculturale» il sincretismo filosofico-religioso di Capossela. E «senza metodo». Ma a quest’anima in pena e in cammino, che ama la vita e non si arrende alla morte e che così spesso sa parlare ad altre anime in pena e in cammino che amano la vita e non si arrendono alla morte, si può perdonare, si deve perdonare molto, moltissimo.