Capitali in fuga, la Svizzera torna terra promessa

LUGANO
l tempi cambiano, ma la Svizzera resta approdo di capitali. Anche italiani. Sono giorni di piogge disastrose, di allagamenti nella Svizzera centrale e orientale, con l’organizzazione elvetica messa a dura prova e in qualche caso addirittura sospettata di essersi lasciata sorprendere, come durante il black out ferroviario nei mesi scorsi.
Ma se si esce dal tema di catastrofi e black out e si parla di finanza, è difficile sostenere che la piazza elvetica non abbia reagito prontamente negli anni e nei mesi scorsi. E ancora opinione diffusa che la Confederazione resti finanziariamente una certezza. Vuoi per il segreto bancario, vuoi per il tipo di gestione di patrimoni.
Polemiche sul segreto, scudi fiscali, euro ritenuta su una parte dei redditi finanziari dei non residenti hanno creato a banche e finanziarie elvetiche difficoltà, sì, ma tutto sommato sin qui meno di quanto molti esp«rti avessero pronosticato. E vero che la piazza finanziaria rosso crociata è stata costretta a cambiamenti costosi, che ha dovuto adeguare le strutture in Svizzera, che ha dovuto creare o ampliare le strutture sui mercati esteri, Italia compresa, per la gestione on shore di una parte dei patrimoni. Ma la gestione off shore, con base in Svizzera, di capitali internazionali è rimasta robusta e i dati semestrali di molte banche segnalano come nel complesso l’afflusso di patrimoni continui. Una parte di questo afflusso riguarda l’ on shore, un’altra off shore. Quasi tutte le banche elvetiche, le grandi come le piccole, hanno registrato un saldo positivo negli ultimi mesi. Il volume dei capitali gestiti è cresciuto anche grazie alla ripresa dei mercati finanziari, questo va detto. Ma pure, e questo è il dato se si vuole sorprendente, grazie a patrimoni freschi. E visto che l’euroritenuta al 15% iniziale, accettata dalla Svizzera in cambio del mantenimento del segreto bancario, entrava in vigore il primo luglio scorso, il primo semestre era particolarmente significativo. I clienti che avessero voluto abbandonare la Svizzera, in altre parole, l’avrebbero fatto probabilmente entro la fine di giugno.
Sin qui il deflusso non c’è stato. L’afflusso è fatto di torrenti, non di grandi fiumi come in altre fasi, ma c’è. I nuovi capitali affluiscono da molte aree del mondo e non va sottovalutato l’apporto dell’Asia, del Medio Oriente, dell’Est Europa. Ma ci sono anche i tradizionali mercati dell’Europa ovest, tra cui l’Italia. E non sempre si tratta di capitali non dichiarati.
«Abbiamo registrato nei mesi scorsi, dice Granco Muller direttore di gestione patrimoniale (gruppo Credit Suisse) di Lugano – un afflusso di capitali ufficiali, anche se contenuto. Anche dall’Italia. In alcuni casi si è trattato di proventi legati a vendite di aziende o immobili, reinvestiti in prodotti finanziari sulla nostra piazza».
La tradizionale cautela elvetica evita ogni trionfalismo e d’altronde cambiamenti ci sono stati, la concorrenza internazionale non manca. Ma un po’ di soddisfazione per la conferma della forza della piazza traspare. «A questo punto mi sembra un dato inconfutabile dice Franco Citterio, direttore dell’ Associazione bancaria ticinese (Abt) – che nél’euroritenuta né altri fattori abbiano indebolito la piazza svizzera. Anzi, in Ticino vediamo un arrivo o un ritorno di capitali, pure se non enorme. E parlando di Italia, bisogna dire che non si tratta solo di privati, ma anche di società, per operazioni commerciali o di private equity».
Già dopo il secondo scudo fiscale si era parlato di un rimbalzo di capitali italiani in Svizzera. Secondo stime considerate attendibili sulla piazza elvetica, le banche svizzere avrebbero trattenuto – non solo con i rimbalzi, ma anche e soprattutto con la regolarizzazione di patrimoni lasciati in Svizzera e con i capitali affidati alle filiali italiane – circa la metà dei patrimoni italiani riemersi nella Confederazione con i due scudi fiscali.
Danni limitati, dunque. E ora qualche ulteriore afflusso. Le stime più accreditate indicano che la Svizzera rimane al primo posto nel mondo nella gestione di patrimoni, con circa 4mila miliardi di franchi gestiti. Il solo Ticino gestirebbe circa 400 miliardi di franchi, di cui circa 300 miliardi sarebbero di derivazione italiana. Quest’ultima cifra rappresenterebbe la gran parte della presenza italiana, anche se andrebbero aggiunti i capitali depositati a Zurigo e Ginevra. Una presenza soggetta ad alti e bassi, ma che sembra nonostante tutto confermarsi.