Caparezza, fuori dal tunnel del divertimento

Il Capa è tornato. Dopo i fasti inaspettati di “Fuori dal tunnel” torna a noi Michele Salvemini, in arte Caparezza. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando glabro ed educatino l’abbiamo visto sbarcare al Festival di Sanremo del 1997 con il nome di Miky Mix e ripartire subito dopo lasciando meno tracce di un soffio di vento su una colonna. Oggi il Capa è un’altra cosa e cerca di far sua la lezione di Frank Zappa, cui tende sempre più ad assomigliare anche fisicamente, e pubblica un concept album (anche se lui preferisce la definizione meno impegnativa di “album a tema”) che si apre con la sua morte. Ricordiamo ai distratti che l’idea si riallaccia all’ultima frase del precedente album Verità supposte («Mamma mia quanti dischi venderanno se mi spengo…») ma le parentele con quel lavoro che gli ha regalato il successo si fermano lì.
Nel nuovo disco, Habemus Capa, muore subito per togliersi il pensiero e soprattutto per consentire al suo spirito di reincarnarsi nei panni di una serie di personaggi grotteschi ma non così innocui da diventare astratti. Ci sono insetti che fanno politica, meridionali che vogliono essere leghisti secessionisti, personaggi inquietanti, divertenti, problematiche figure del Belpaese. » un mondo sbozzato con la matita di un disegnatore di cartoni animati: le figure sono schematizzate e le storie necessariamente compresse, ma i tratti dei protagonisti sono così simili a quelli di alcune persone che incontriamo ogni giorno da sembrare veri. Sono storie e idee che raccontano l’Italia d’oggi da un punto di vista critico. Fanno sorridere ma non troppo, esattamente come accadeva a Zappa. Sono storie, parole, citazioni ritmate, rullate, qualche volta vomitate ma mai messaggi. Il messaggio c’è ma non si vede o, come dice lui, «…non sopporto la retorica e quindi non ho messaggi da lanciare» anche se «… alla fine nelle mie canzoni prendo posizioni sociali che diventano anche politiche».

Già perché il Capa non si tira fuori dal mondo, non lancia appelli generici in difesa dell’arte e contro le strumentalizzazioni, anzi a chi gli chiede se non ha paura che la sua impietosa analisi del berlusconismo con e soprattutto senza Berlusconi ne “Gli insetti del podere” venga strumentalizzata politicamente prima si sorprende poi risponde: «Non temo la strumentalizzazione politica. Se accade sono contento. Quello che mi fa paura è la strumentalizzazione dei sentimenti» e, aggiungiamo noi, la capacità di questa società di metabolizzare tutto, comprese le idee critiche. Il paradosso è sempre dietro l’angolo pronto ad aggredire a contestualizzare e a depotenziare come accaduto con “Fuori dal tunnel”, un brano che era nato per criticare l’ideologia del divertimento e che poi ha avuto il triste destino di essere riciclato come tormentone da discoteca. All’epoca lui se l’era presa parecchio, oggi ci ride su. «» stata un’esperienza insolita, inaspettata. Confesso di avere attraversato varie fasi, dall’incredulità alla stizza, alla rabbia aperta per lo stupro che quella canzone subiva venendo usata in contesti così assurdi, ma poi mi sono dato pace. Non puoi avere il controllo totale su un pezzo che si diffonde a macchia d’olio. E poi, inutile negarlo, senza quel successo forse oggi non avrei potuto pubblicare Habemus Capa». Dalla consapevolezza dei rischi, però, è probabile che nasca proprio quella che è l’idea centrale del cd: spingere forte il pedale della sperimentazione lasciandosi dietro alle spalle la formula che l’ha portato al successo anche se non rinnega per niente quel brano. Ha fatto tesoro dell’esperienza, se l’è rigirata tra le mani e nella mente e il risultato è un album più duro e diretto che nel suo insieme dovrebbe rendere più difficile l’equivoco. Se ne sono accorte anche le radio che si sono trovate a dover maneggiare il trailer dell’album, un singolo bello intitolato “La mia parte intollerante”, che fantastica sull’emarginazione giovanile.

Siccome però la lingua batte dove il dente duole alla fine, fatte le debite precisazioni sul linguaggio, sulla musica, sulla capacità d’astrazione e su tutto quello che c’è da precisare, è un disco politico o no? La domanda non fa rizzare i capelli in testa a Caparezza perché sono già ritti di loro, ma nemmeno lo sorprende: «I riferimenti sono precisi e la politica non mi fa paura. Mi piacciono le persone che sanno parlare attraverso la musica e non sono abituato a nascondermi per non sporcarmi le mani. Detesto il qualunquismo e siccome so benissimo che la politica ci tocca ogni giorno credo che non debba aver paura di toccarla se è il caso. La mia principale preoccupazione comunque non era questa. Io volevo raccontare cose e personaggi attraverso la mia musica».

Il risultato è Habemus Capa, un mix di critica e gioco, con Caparezza che un po’ cazzaro e un po’ impegnato gioca con un linguaggio tra il colto e l’inclito in cui Terence Hill e Giovanni Verga finiscono per strizzarsi l’occhio e comprendersi.