Cancellato l’appuntamento con i premi Nobel.Pretoria: niente visto fino ai Mondiali.Pechino apprezza

Volevano evitare i riflettori ma alla fine si sono trovati sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo. Per il Sudafrica la scelta di non concedere il visto al Dalai Lama si sta rivelando un boomerang. E così la
conferenza di pace con i premi Nobel che avrebbe dovuto proiettare il paese verso i mondiali di calcio del 2010 e lanciare un messaggio contro la xenofobia e il razzismo in vista del torneo è stata cancellata. Un modo diplomatico per non dire cancellata.
«Abbiamo deciso di rinviare la conferenza di pace fino a ulteriore avviso», ha detto Irvin Khoza, presidente del Comitato organizzatore di Sudafrica 2010, precisando che l’evento si terrà quando tutti gli invitati potranno partecipare. Il che significa a mai più visto che il governo sudafricano non ha alcuna intenzione di concedere il visto al Dalai Lama prima dei Mondiali di Calcio.
Le ragioni per questo diniego? E’ stato lo stesso portavoce del governo
Thabo Masebe a dichiarare che la presenza del Dalai Lama in questo momento non è esattamente nell’interesse del Sudafrica.
Quel esattamente significa impossibile per Pretoria fare uno sgarbo al suo principale partner commerciale (oltre 10 miliardi di dollari l’interscambio dello scorso anno), e che sta estendendo la sua presenza nell’intera Africa, soprattutto quella subsahariana: è di ieri la notizia della definizione di un accordo miliardario con il Congo.
Banche, diamanti, platino sono i tasselli dell’asse strategico fra Pechino e Pretoria. Il Sudafrica non ha il petrolio, ma esporta verso Pechino minerale di ferro, diamanti, platino e altro ricchezze del sottosuolo. I cinesi hanno comprato il 20% della Standard bank, un attrezzato istituto di credito sudafricano.
In cambio il paese è terra di conquista per i prodotti manifatturieri cinesi. Il COSATU, la Confederazione sindacale del Sud Africa, ha reagito con allarme ad un accordo raggiunto tra il governo sudafricano e quello cinese, avvertendo che se il paese persiste con le importazioni di capi di abbigliamento poco costosi dalla Cina (ben il 480% in più dal 2003), la già fragile industria tessile nazionale allo stremo potrebbe collassare. Molte importanti imprese cinesi si sono rilocalizzate in Africa al fine di evitare il regime delle quote sulle importazioni cinesi vigente in Europa ed America. Il Sud Africa ci ha messo una pezza imponendo quote a una trentina di prodotti «made in China». E Pechino da parte sua ha subito annunciato prestiti agevolati per l’ammodernamento dell’apparato industriale sudafricano e aperto la scorsa settimana a Johannesburg il primo ufficio del “Fondo dello sviluppo cinese per l’Africa”, specializzato in investimenti nel continente.
L’«asse strategico» fra Pretoria e Pechino è stato comunque ribadito nel 2008 in occasione del decennale dell’apertura di rapporti diplomatici fra i
due paesi.
L’espansionismo di Pechino nel continente appare inarrestabile. Lo scorso febbraio, alla vigilia della quarta visita del presidente cinese Hu Jintao in Africa, è stato reso noto che l’interscambio nel 2008 ha superato i 100 miliardi di dollari. Le importazioni, soprattutto di petrolio e materie prime, pari a 56 miliardi, sono aumentate del 54% rispetto al 2007. Anche paesi non ostili agli Stati Uniti, come l’Etiopia, stanno diventando un tassello importante dell’espansionismo di Pechino in Africa. Una società cinese ha vinto la commessa di 17,6 milioni di dollari per ricostruire le strade della capitale Addis Abeba. Per la «conquista» dell’Africa sono arrivati 750mila immigrati, che a Luanda, Dar es Salaam e Nairobi formano delle vere e proprie Chinatown. In Angola i cinesi hanno conquistato il 70% degli appalti statali.
Pechino ha anche deciso di investire 5 miliardi di dollari nel settore agricolo africano. L’obiettivo è produrre riso e cereali per la adrepatria.
Ma l’occidente che oggi protesta e scalpita per il visto negato al Dali Lama dovrebbe prima guardare se stessa. Non va dimenticato che fù con la firma del Nepad, New Partnership for Africa’s Development adottato dall’Unione Africana ad Abuja in Nigeria nell’ottobre del 2001 ad aprire il ricco continente alla conquista. E allora c’era l’Europa in prima linea a spingere che questo accadesse. E l’obiettivo primario del NEPAD è semplice: attrarre capitali stranieri in Africa in modo che le elites africane e quelle straniere possano congiuntamente fare un solo boccone di forza lavoro a costi bassi e accedere senza limiti alle ricchezze del grande continente.
Il visto negato al Dalai Lama è un piccolo pegno che Pechino ha gradito, ma null’altro rispetto al vero affare che è in corso.