Cana, per il villaggio martire è la seconda volta

Sembrava scritto negli immutabili disegni del destino che la nuova tragedia, e insieme la svolta della guerra avvenissero a Cana, che da dieci anni è il villaggio-simbolo del martirio libanese. Nel 1996 il bombardamento israeliano di un centro profughi delle Nazioni Unite costò la vita a 100 innocenti e la vittoria elettorale al premier Shimon Peres, perché gli alienò il sostegno degli arabi-israeliani. Il governo di Gerusalemme e l’agonia del processo di pace, nato con gli accordi di Oslo, furono consegnati all’alfiere della destra più intransigente, Benjamin Netaniahu, che era stato l’avversario politico più ostinato di Yitzhak Rabin, il primo ministro ucciso pochi mesi prima da un estremista ebreo, Yigal Amir.
Già dieci anni fa alcuni si affrettarono a indicare la Cana libanese e non la più probabile Cana della Galilea come il luogo dove Gesù, secondo la tradizione cattolica, compì il miracolo di trasformare l’acqua in vino alle nozze. Lo sostennero perché il Nazareno soggiornò per un breve periodo nella vicina Tiro. Nelle scene di devastazione e di disperazione che sfilarono davanti ai nostri occhi di testimoni vi era, per intero, il senso di una tragedia che molti, soprattutto cristiani, vollero vestire di richiami evangelici. Èpur vero che nel villaggio libanese, allora come adesso, si nascondevano i guerriglieri dell’Hezbollah, ma la diffusa convinzione di essere vittimedi una punizione collettiva prevalse sul resto. Il sacrificio di Cana divenne l’icona della resistenza libanese: medaglie emonete, coniate dalla zecca della Repubblica, la celebrarono «per non dimenticare».
Ma se la strage del 1996 fu quasi un episodio isolato, e non fu difficile, da parte israeliana, attribuirlo a un «imperdonabile errore», quella di ieri non ha giustificazioni militari o strategiche. Le immagini dei corpi straziati di altre decine di vittime innocenti, soprattutto bambini, che si trovavano nella palazzina bombardata, vanno ad alimentare il crescente rancore della popolazione libanese, prostrata da tre settimane di guerra, dalla distruzione sistematica delle infrastrutture del proprio Paese che era risorto dopo sedici anni di conflitto civile, dalla moltiplicazione biblica dei rifugiati in casa propria, dal prorompente sentimento di sentirsi vittime non soltanto dei bombardamenti israeliani, giustificati dalla necessità di difendersi legittimamente dai missili dell’Hezbollah, ma dell’indifferenza del mondo. Il premier libanese Fouad Siniora, che tutto il mondo aveva salutato con entusiasmo come il capo di un governo democratico, è così infuriato da accusare Israele d’essere «criminale di guerra» e di ringraziare l’Hezbollah e il leader Nasrallah per «sacrificare la propria vita all’indipendenza e alla sovranità del Paese». E la gente, accecata dall’ira, si scaglia contro il palazzo dell’Onu, nel centro di Beirut, considerato monumento all’impotenza, all’indifferenza, all’ipocrisia.
Il ministro della Difesa israeliano, il sindacalista e leader laburista di origine marocchina Amir Peretz, sostiene che i terroristi dell’Hezbollah «si fanno scudo della popolazione civile». In parte ha ragione, ma forse sottovaluta che la stragrande maggioranza dei libanesi è vicina ai combattenti. Oggi più di ieri. Il gravissimo rischio, insomma, è che il fronte del consenso alla guerra contro lo Stato ebraico cresca esponenzialmente, producendo l’allargamento di un conflitto chiaro nelle sue motivazioni, oscuro nei suoi obiettivi.
Di quel cessate il fuoco, che la conferenza di Roma non era riuscita ad imporre, è ormai convinta anche Washington. «È giunto il momento della tregua», ha dichiarato, a Gerusalemme, il segretario di Stato Condoleezza Rice. Compito difficile il suo, non soltanto nei confronti del premier israeliano Ehud Olmert, refrattario ad accettarla, ma della stessa amministrazione Usa, al cui interno si sono prodotte visibili divergenze. È imperativo fermare gli oltranzisti, ovunque si trovino. Perché se non si riesce ad imporre un minimo di ragionevolezza, vuol dire che dietro questa guerra vi sono forse altre motivazioni, che neppure i governi più potenti del mondo riescono a controllare e a neutralizzare.