Call center: stop precarietà

Bene, più di un mese fa, in seguito all’esito dell’ispezione ad Atesia, il call center è apparso in tutta la sua natura di fabbrica della precarietà. Finalmente è stata «scoperta» la condizione di vita di della maggior parte di coloro che stanno «dietro al filo», sotto una cuffia attaccata ad un terminale che ne preordina e ne comanda minuziosamente il lavoro in piccole e spesso malsane postazioni. Addetti al call center, «spugne» umane del malcontento generalizzato dell’utenza per i servizi resi dai gestori privati e pubblici, spesso unica rappresentazione «tangibile» di aziende la cui proprietà «svanisce» con i tutti i guadagni, in una veloce quanto volutamente poco controllata catena di «scatole cinesifinanziarie». Sempre recentemente la Telecom, nient’affatto estranea alla vicenda dei call center (visto che detiene ancora, per uso d’appalto e per proprietà diretta ed indiretta, il controllo di buona parte del loro «business») ha dimostrato come le «lobby» afferenti ai diversi gruppi di potere possono facilmente appropriarsi di ingenti profitti, attraverso investimenti sostanzialmente speculativi, contro i quali ad oggi, finanziaria compresa, non si riscontrano drastici interventi. Ma sembrerebbe che le stesse «lobby» di potere, assai attigue al «governo amico», siano state recentemente evocate da padron Tripi che, preoccupato (e con lui i suoi «colleghi») per gli «irresponsabili attacchi alla flessibilità del rapporto di lavoro», ha ritenuto di «mettere in campo tutte le azioni di lobby pur di garantire» l’operatività delle sue imprese. Un’operatività che si è basata anzitutto sull’utilizzo illegale del lavoro nei call center, con buona pace di Cgil Cisl e Uil, firmatarie di tutti quegli accordi che hanno significato pe r migliaia di lavoratori e lavoratrici lavorare senza alcun diritto. Il 29 di settembre, il Consiglio dei Ministri, su chiara indicazione del Ministero del Lavoro, inserisce nella finanziaria l’art. 178 che, santificando la legge 30, sancisce il condono per l’uso illegale dei contratti a progetto, l’amnistia sui reati penali e finanziar i e per i lavoratori e le lavoratrici la rinuncia sia diritti acquisiti che al salario pregresso, il tutto solo in cambio di contratti «subordinati». Magari contratti d’apprendistato, che riassumono al meglio la vorace brama imprenditoriale di precarietà, di bassi salari e di intensificazione dello sfruttamento del lavoro, il tutto al fine di aumentarne la produttività. Il 4 ottobre 2006, Cgil, Cisl,Uil e Confindustria firmano, l’avviso comune per l’applicazione dell’art.178, che di nuovo ribadisce l’insensata divisione, «furbescamente» suggerita dalla Ministro Damiano, tra lavoro inbound e outbound. E per finire, il 4 novembre è prevista la manifestazione nazionale «stop precarietà» che oltre all’abolizione delle leggi Moratt i e Bossi-Fini, chiederà la cancellazione della legge 30. Ma non potrà ne dovrà bastare: se la legge 30 è «dentro» la finanziaria «ammazzaprecari», tutti e tutte dovranno, coerentemente a quanto dichiarato (e promesso), assumersi la responsabilità di un opposizione radicale «senza se e senza ma» alla «politica» di u n governo «portavoce» delle lobby del capitalismo più «straccione» della «one best way» del mercato liberista.

* Cobas -settore telecomunicazioni