«Call center, le ispezioni non vanno annullate»

All’indomani dell’accordo interconfederale sui call center, firmato da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria alla presenza del ministro del lavoro Cesare Damiano, dallo stesso ministero del lavoro vengono fuori critiche e perplessità. Ad esprimerle è il sottosegretario Rosa Rinaldi, di Rifondazione, che fornisce anche un’interpretazione diversa sulla circolare call center emanata in giugno, quella che ha introdotto la contestatissima distinzione tra inbound e outbound per l’accesso a differenti contratti. «Il lavoro nei call center è chiaramente tutto subordinato – dice il sottosegretario – e dobbiamo ritornare alle conclusioni dell’ispettorato su Atesia, che non distinguevano tra inbound e outbound per il diritto al tempo indeterminato. Al contrario, nell’accordo interconfederale ci sono punti che rischiano di annullare il risultato di quelle ispezioni, facendo perdere almeno a una parte di quei lavoratori l’accesso ai contributi pregressi e all’assunzione a tempo indeterminato, che invece è un loro diritto».
Quali sono i punti critici dell’accordo?
Devo premettere che è positivo, in sé, il fatto che si sia arrivati dopo tanto tempo a un accordo tra le parti, su binari differenti rispetto ai precedenti. Ma mi preoccupa che si metta in ombra il punto di partenza di questo processo, ovvero l’ispezione svolta in Atesia. Nell’accordo, infatti, si parla di outbound dando per scontato che qualsiasi lavoratore che faccia telefonate invece di riceverle, sia di per sé e un lavoratore da inquadrare a progetto. Al contrario, l’ispezione Atesia ha ravvisato che i lavoratori, sia quelli in ricezione telefonate che in uscita, avevano praticamente dei contratti fotocopia, erano retribuiti a cottimo, e, soprattutto, non avevano alcun controllo sull’organizzazione del lavoro e sui risultati. Basti pensare che la lista di numeri da chiamare, i tempi e le priorità sono forniti dall’impresa, mentre il lavoratore si limita a recitare una formula. Alla fine compare una tendina che chiede un resoconto del lavoro svolto, su cui poi un superiore stabilirà il risultato. La stessa circolare Damiano non dice affatto che qualsiasi outbound sia da inquadrare a progetto, ci vuole un’autonomia nell’organizzarsi e nel rapporto tempi/risultati.
Quali altri rischi nell’intesa interconfederale?
Ecco, a parte queste forzature interpretative, credo che il ministero non dovrebbe accettare la richiesta avanzata da sindacati e imprese rispetto alle proroghe dei vecchi cococò. Le parti chiedono una norma che renda validi anche gli accordi nazionali e territoriali su tali proroghe, e non solo quelli aziendali, come oggi dispone la legge. Ebbene, nel caso di Atesia, dove non ci sono accordi aziendali, si validerebbero le vecchie proroghe ai cococò annullando quanto dispongono gli ispettori, ovvero la restituzione di contributi e l’assunzione a tempo indeterminato. Intendiamoci: oggi il 99,9% dei cocoprò, in tutti i settori, sono un abuso.
Nel programma dell’Unione parlate di «superamento della legge 30» e dite che «il lavoro flessibile non deve costare meno dello stabile». Per il momento, però, si vede ben poco.
Beh, non è vero: abbiamo aumentato i contributi dei parasubordinati e stanziato fondi per regolarizzazioni ed emersioni. In gennaio apriremo il tavolo sul superamento della legge 30. Io penso che dobbiamo superare le forme di parasubordinazione e riportare chiunque dipenda dall’organizzazione e risultato altrui sotto un’unica tipologia dipendente, conservando al massimo i progetti per categorie alte o particolari lavori di ricerca. Ma non certo per un call center. Dobbiamo tornare a poche e semplici tipologie contrattuali: il tempo indeterminato, il determinato, lo stagionale. In ogni caso, dobbiamo arrivare a far costare il lavoro flessibile almeno come, se non di più, rispetto allo stabile.