Calendario afgano: tra tentativi negoziali e pressione militare

Kabul vuole negoziare con la cupola talebana ma Washington è prudente. Gli americani sono per dare una spallata militare ai talebani, ma l’annunciata offensiva che ha per obiettivo Kandahar non convince Karzai. Sono le enormi difficoltà di una guerra da cui tutti vorrebbero uscire, ma in modi diversi.

Ci sono almeno tre passaggi importanti nelle prossime settimane che torneranno a far parlare dell’Afghanistan, al di là delle cronache di morti e attentati.

Il primo è la convocazione a breve della Jirga di pace, una assemblea tribale allargata sul modello della democrazia consultiva tradizionale del paese dell’Hindukush. Si tratta del primo serio tentativo di avviare un processo negoziale nel quale saranno coinvolte circa 14mila persone.

Un altro appuntamento è per la fine di luglio (il 20 se la data verrà confermata) e si tratta di una Conferenza dei ministri degli esteri di diversi paesi (non solo NATO, per intendersi), il cui compito sarebbe quello di dar seguito al vertice di Londra dello scorso gennaio. A ben vedere anche la Jirga è un po’ figlia di Londra, in quanto in quella sede è stato creato un fondo di 160 milioni di dollari per favorire il reintegro dei guerriglieri che volessero abbandonare la lotta armata.

In mezzo c’è un terzo appuntamento che, benché largamente annunciato, una data precisa non ce l’ha. Si tratta dell’offensiva che, forte di oltre ventimila uomini, dovrebbe ripetere quanto l’operazione Moshtarak ha fatto nella regione dell’Helmand e segnatamente nel distretto di Marjah. Questa volta l’obiettivo è Kandahar, l’ex capitale dell’emirato talebano, capoluogo del meridione afgano e luogo fortemente simbolico sia per la guerriglia sia per la NATO.

Paradossalmente, mentre le due conferenze di Kabul – la Jirga di pace e l’incontro dei ministri stranieri – sono due passi nella costruzione del processo negoziale e nel tentativo di dare corpo a un nation building finora piuttosto fallimentare, queste iniziative si accompagnano alla maggior offensiva militare messa in atto in Afghanistan dal 2001. Un processo di pace dunque, fatto con una pistola alla tempia, e con un calendario che può apparire poco razionale.

Il fatto che opinionisti e analisti, soprattutto americani, si siano rotti la testa per cercare di capire cosa sia realmente uscito dalla visita di Karzai a Washington a metà maggio, spiega abbastanza bene come in realtà una strategia univoca e conclamata tra governo afgano e alleati, statunitensi in primis, sia per ora solo una mezza verità. Karzai e Obama hanno fatto sfoggio di buoni sentimenti, si sono riconfermati come alleati inossidabili, e hanno messo da parte i rancori di appena qualche settimana prima. Ma nella realtà si sono trovati in disaccordo su diversi punti. Karzai ha chiesto a Obama la luce verde sul suo piano di pace che prevede un esilio dorato e la rimozione dalla lista nera dell’ONU per i capi talebani, oltre a denari per l’integrazione della truppa guerrigliera. Ma il nodo principale è in effetti la partecipazione al negoziato della cupola talebana che fa capo alla shura di Quetta, all’Hezb islami di Hekmatyar o alla filiera della famiglia Haqqani; su questo gli Stati Uniti restano prudenti. Karzai sa bene che non avrebbe comunque avuto mullah Omar tra gli ospiti della Jirga di pace, ma un conto è non averlo ora a tavola, altro è sapere che non lo deve invitare.

Almeno una parte dell’amministrazione Obama pensa che mullah Omar o gli Haqqani non debbano essere tagliati fuori dal negoziato, anche se è ancora presto per coinvolgerli in pieno. E qui arriva il secondo appuntamento.

L’offensiva che sta per scatenarsi a Kandahar è per gli americani la spallata necessaria a piegare i talebani in modo da negoziare da una posizione di forza. É una tattica classica: la stessa che i talebani stanno adoperando adesso per alzare la posta, colpendo come e dove possono e con azioni più mirate. Ma Karzai non è affatto convinto dell’offensiva. Egli anzi ritiene che comporti troppi rischi: che sul piano militare si possa dimostrare fallimentare, come in parte si è dimostrata Marjah dove la battaglia è stata vinta ma dove i talebani sono ancora vigorosi e presenti. Karzai sa inoltre che la popolazione e i capi tribali di Kandahar sono contrari e, in un recente tour per incontrarli, il presidente si è compromesso spiegando che nulla si farà senza il loro assenso. L’offensiva rischia così di levargli il già magro consenso e prestigio di cui ancora gode tra i capi pashtun.

Per quanto Karzai abbia negoziato a Washington, il presidente afgano non ha dunque ottenuto né la luce verde che voleva per accelerare i suoi contatti con la cupola talebana, né rassicurazioni sull’offensiva. Gli americani (gli europei tacciono) sono convinti della bontà della nuova operazione militare e, secondo alcuni osservatori, stanno lavorando con i pachistani per arrivare alla cupola talebana attraverso un’altra filiera e, in qualche modo, bypassando Kabul. Sembra andare in questa direzione la cattura di mullah Baradar, supposto numero due di Omar, detenuto da Islamabad che si è ben guardata dall’accettare la richiesta di estradizione di Kabul. In buona sostanza, Karzai e Obama sembrano concordare sull’esigenza di indebolire militarmente i talebani mentre si persegue anche una via negoziale, ma le tattiche e le priorità sono diverse.

Secondo un opinionista del Kuwait Times (i Paesi del Golfo sono un soggetto importante del conflitto visto che buona parte del denaro che circola in Afghanistan, sporco o pulito, passa dalle loro banche), il processo di pace può essere per Karzai un “campo minato”, ma ci sarebbero due buoni motivi di ottimismo: la difficoltà dei talebani a vincere militarmente e la possibilità di ottenere per vie negoziali l’obiettivo fondamentale del ritiro delle truppe straniere. Qualche altro osservatore pensa addirittura che i talebani abbiano ormai in agenda un negoziato diretto con gli americani – ipotesi che per ora è stata smentita mentre comunque sono già in corso sotto traccia i colloqui con Karzai.

Un altro problema, oltre a quello della (mancata) sintonia tra Kabul e Washington, è l’assenza di un negoziatore, come argomenta Francesc Vendrell, già a capo della missione UE a Kabul sino al 2008. L’ONU non è molto credibile, poichè nella percezione della maggioranza degli afgani è un ente inutile e in quella dei talebani è schiacciata su Karzai e Washington. Non è ancora un problema all’ordine del giorno perché la Jirga sarà soltanto un avvio, ma prima o poi ci si dovrà chiedere: chi medierà tra talebani e governo, con l’ulteriore complicazione di una NATO che in realtà sembra avere tutt’altra agenda rispetto a quella di Karzai?

In conclusione, è sullo sfondo dei primi due difficili appuntamenti che si potrà meglio valutare il terzo: la prossima offensiva militare occidentale.

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Emanuele Giordana, direttore di “Lettera22” e dell’agenzia NTNN, conduce la trasmissione di RadioRai “Radio3mondo”. Nel 2007 ha pubblicato “Afghanistan. Il crocevia della guerra alle porte dell’Asia” (Ed.Riuniti) e nel 2010 “Diario da Kabul” (ObarraO).