Caccia grossa a Günther Grass

Non poteva accadere altro: se un premio Nobel della letteratura, che è sempre stato «la coscienza critica» del suo paese, impegnato politicamente a sinistra per più di 40 anni, confessa all’improvviso a 78 anni che 62 anni prima era stato delle Ss, il clamore è per forza immenso. Così, quando sabato 12 agosto la Frankfurter Allgemaine Zeitung ha pubblicato un’intervista in cui Günther Grass rivelava che, dopo essersi presentato a 15 anni come volontario sommergibilista (ed essere stato rifiutato) a 17 si era arruolato nella decima divisione corazzata Frundsberg delle Ss, è scoppiata la polemica, si sono moltiplicate le domande.
Ma subito cascano le braccia perché il dibattito su questa confessione scade in trita polemica e ricalca stancamente i soliti, vecchi spartiacque: i revisionisti di destra (Arnulf Baring, Walzer) sono contentissimi di averlo colto in flagrante e all’improvviso si scoprono «comprensivi» verso l’autore del Tamburo di latta perché la ritengono una rivincita postuma: Grass diventa un ottimo testimonial per il «superamento del passato»; la destra ufficiale e neoliberista coglie l’occasione di vendicarsi contro chi l’ha mazzolata, nonostante questa stessa destra abbia per decenni difeso fascisti e nazisti impenitenti e – come in Italia – abbia governato con loro senza alcun disagio; l’ambiente socialdemocratico (Franz Müntefering, Ulrich Beck, Walter Jens, Ralph Giordano) giustifica il bravo Parteisoldat Grass, monumento morale rosso; la sinistra in genere difende «uno dei suoi» nonostante la stessa sinistra abbia da decenni raccolto quella bandiera dell’antifascismo che la borghesia aveva così presto lasciato cadere dopo la seconda guerra mondiale. Persino all’interno dell’intellettualità ebraica appare scontata la spaccatura secondo le linee della propria appartenenza politica. Per concludere quella che sembra una speciale edizione «Günther Grass» di Porta a Porta, c’è la casa editrice Steidl che a settembre pubblicherà l’autobiografia dello scrittore, Sbucciando la cipolla, che si mostra «stupita» per il successo pubblicitario della confessione, «del tutto inatteso».
L’ammissione viene usata non per ridiscutere un’epoca, ma per dare un giudizio sull’uomo. Ho conosciuto di persona Grass alla fine degli anni ’70: verrebbe da dire che nessuno è perfetto – chi lo odiava si sente confermato. «Stanno facendo di me una non-persona», dichiara lo scrittore. Sulla Neue Zürcher Zeitung, Roman Bucheli scrive: «Nella posa del moralista autocosciente che sa di non essere privo di vanità, Günther Grass cerca di ricavare persino dalla sua confessione di colpa un capitale estetico-etico». Un opinionista della Bild scrive che questa rivelazione puzza di promozione commerciale per il prossimo libro. Il Kurier propone che gli venga ritirato il Nobel. Il Pen Club di Praga vuole ritirargli il premio del 1994. Lech Walesa gli chiede di rinunciare spontaneamente alla cittadinanza onoraria che gli era stata conferita (Grass è nato a Danzica nel 1928). Per finire, i suoi amici sono chi addolorato, chi perplesso, chi solidale, chi tutt’e tre.
Così viene di fatto elusa la domanda di fondo: perché Günther Grass si confessa solo ora, perché così tardi? Né si coglie quest’occasione per indagare, di nuovo e con il distacco del tempo, su quella generazione che fu bambina sotto fascismo e nazismo, allevata nei Piccoli Balilla o nella Gioventù hitleriana e che dovette ricostruirsi da capo durante o dopo la guerra. Grass non è un caso isolato, anzi. Si è parlato di Dario Fo che militò breve tempo tra i repubblichini di Salò. Ma la lista è molto più lunga: conosco almeno un grande giornalista che seguì lo stesso percorso da giovanissimo (prima di arruolarsi alla Legione straniera in Indocina). Mia madre, Luce d’Eramo, partì volontaria per andare a lavorare in Germania: nello zaino si portava la Critica della ragion pura di Kant e Mein Kampf di Hitler, prima di essere deportata sul serio a Dachau dove le bastarono pochi giorni prima di diventare feroce antifascista. Anche lei racconta (nel romanzo autobiografico Deviazione) che le ci vollero decenni per ammettere a se stessa che non era stata deportata fin dall’inizio, ma solo dopo, e che prima era stata una volontaria.
La difficoltà ad accettare il proprio passato da parte di tutti coloro che all’epoca erano solo ragazzini disorientati e che quindi in teoria non dovrebbero aver nessun problema a esternare un percorso spesso obbligato (quanti genitori si potevano permettere di non iscrivere i propri figli alle gioventù littoria o hitleriana?) nasce dalla versione imposta da vincitori superficiali e miopi, che ridicolizzano gli avversari come macchiette e che erigono un abisso tra la propria incontaminata virtù e l’immonda abiezione dei vinti: il paradosso è che in questa distorsione c’è da un lato una dannazione cosmica (il nazismo come male assoluto), ma dall’altro un’assoluzione: in quanto male assoluto, è irripetibile, niente potrà mai essergli paragonato, e quindi può essere stato solo frutto di follia. Col risultato che da un lato un episodio giovanile diventa una malattia innominabile, dall’altro nessuno si preoccupa di come evitare i fascismi e nazismi prossimi venturi, perché tanto quelli furono il Male irripetibile.
Con questo inappellabile trasloco del nazismo nell’ultimo girone dell’inferno dell’umanità, si spiega per esempio il diverso trattamento, ben meno feroce, ricevuto dai dissidenti della Rdt quando si scoprì (neanche confessarono volontariamente) che per anni erano stati informatori della Stasi, persino quando si ergevano come fustigatori dei costumi, Cassandre del secolo. Forse dipende dalla statura infinitamente più grande di Grass. Però le uniche lezioni che davvero non possiamo accettare sono quelle dei pennivendoli che senza mai pentirsi, giovani, poi adulti, poi canuti, sono stati prima ghostwriters del craxismo poi del berlusconismo, sempre ben retribuiti, sempre in soccorso del vincitore e ora ci dispensano perle di dirittura e coraggio.