Buste paga su del 3,1%. L’Istat vede un Paese che non c’è

Sarà anche il dato migliore dal 1997, ma c’è poco da gioire. Perché se è vero che il dato generale diffuso ieri dall’Istat sulle retribuzione segna un +3, 1% nel 2005 rispetto al 2004, è altrettanto vero che questo dato va scomposto e analizzato. D’altronde lo fa la stessa Istat che, sebbene ponga l’accento proprio sul record, precisa poi che l’aumento del 3, 1% è una media «frutto degli aumenti consistenti di 5 rinnovi contrattuali che da soli coprono il 45% della variazione annua e il cui contraltare sono gli altri 75 contratti che coprono il restante 55%, come abbiamo scritto nel nostro comunicato – spiega Leonello Tranti, capo servizi occupazione e retribuzioni dell’istituto di statistica – I sindacati dicono che abbiamo fatto la media del pollo, ma il calcolo è questo: c’è chi prende 3 polli, chi 1, chi mezzo. Non basta la media a rappresentare il totale». Oltre i titoli insomma ci sono altre cifre e considerazioni per spiegare realmente l’andamento dei salari italiani: «Per esempio – continua Tranti – un altro dato di riferimento sono le retribuzioni di fatto – cioè quelle ad personam, i contratti locali, quelli aziendali ecc., nel settore privato extragricolo, senza quindi la pubblica amministrazione, i militari e compagnia – che nei primi 9 mesi dell’anno sono cresciuti del 2, 7%, quindi meno del 3, 1% di cui sopra. Questo può voler dire che i privati si stanno mangiando i premi aziendali e i benefici».
Tornando al bollettino di ieri, i settori che hanno fatto fare il balzo in avanti sono l’edilizia (+4,7%), il commercio (+5,4%), il credito (+3,2%), le forze dell’ordine (+8,9%) e i militari (+12%). E se questi lavoratori hanno trovato una busta paga più spessa, per molti altri non è cambiato praticamente nulla: i dipendenti dei ministeri, delle poste e di tutti i comparti di contrattazione collettiva della pubblica amministrazione (+0,7%), i lavoratori dei trasporti (+1,8%) e dell’energia (+1,6%). La rilevazione dell’Istat poi non tiene conto dei rinnovi contrattuali non chiusi a fine dicembre che sono 18 (circa 3,9 milioni di dipendenti) e rappresentano il 30, 4% del monte retributivo totale (e non sarà un caso se da gennaio a ottobre ci sono state 5,5 milioni di ore di sciopero, il 37, 3% in più del 2004). Non solo, di quelli firmati circa 2/3 sono di nuovo in scadenza, tanto che da gennaio solo il 22, 2% del monte retributivo è coperto da contratti e nella pubblica amministrazione ci sono 6 mesi di tempo per rinnovarli ed evitare che la copertura arrivi a zero.

Sul bollettino dell’Istat c’è stata una guerra di interpretazioni con Maurizio Sacconi contro tutti. Il sottosegretario al wellfare infatti non ha perso l’occasione di sbandierare il dato per riprendere la sua battaglia alla contrattazione: «Oltre a segnalare il costante andamento medio delle retribuzioni sopra l’inflazione, i numeri evidenziano l’assurdità di un sistema contrattuale biennale che deve essere superato», attirandosi le ire di opposizione e sindacati, compresa l’Ugl, tradizionalmente vicino alle destre. Per tutti, le parole di Marigia Maulucci, segretaria confederale della Cgil: «E’ la solita media del pollo, un risultato oggettivamente distorcente che ci dice poco e male su ciò che sta realmente accadendo. Ed è inspiegabile – continua Maulucci – l’ossessione di Sacconi, visto che l’Istat conferma che il sistema funziona per chi ha la possibilità di godere di un rinnovo contrattuale e non funziona per tutti quei lavoratori che lavorano senza contratto nazionale».

Pensare poi che l’Istat arriva pochi giorni dopo la ricerca dell’Ires Cgil (di cui Liberazione ha già scritto) sulle buste paga dei giovani lavoratori. Da quella indagine emergeva che fino a 24 anni oltre la metà dei salari non supera gli 800 euro, a 32 si arriva a 1.000 – 1.200 e solo fra i 41 e 48 anni la maggior parte dei lavoratori arriva a guadagnare fra i 1.000 e i 1.500 euro. Senza parlare dei laureati che, a dispetto della carriera di studio, sono i più penalizzati con un salario che per la maggioranza si ferma a 800 euro e solo per pochissimi (6,1%) supera i 1.500 euro. Ci sta quindi che i giovani si dicano sfiduciati per il futuro. E’ sintomatico del periodo invece che anche chi ha concluso la vita lavorativa, i pensionati, vedano nubi scure all’orizzonte: da un sondaggio Axa-Eurisko emerge che al momento del pensionamento il 38% degli italiani riscontra un peggioramento delle condizioni di vita e solo il 41% dei pensionati giudica «sufficiente» o «completamente sufficiente» l’assegno mensile. Come dire, non si può stare tranquilli neanche nel momento del riposo.

L’istituto di statistica ha calcolato anche l’indice dei prezzi alla produzione, stampando un +4, 1% rispetto a dicembre 2004 e un +0, 3% a confronto con dicembre 2005. Sarà anche per questo che la produzione industriale in questo avvio 2006 ha fatto flop. Secondo la ricerca del centro studi della Confindustria sulla produzione nel mese di gennaio, il totale è sceso del 4,6% rispetto all’anno precedente. Il che significa, precisano gli industriali, «un ritorno ai livelli di maggio 2005». Va male anche per gli ordinativi calati del 6, 3% in un mese. Per il futuro poi gli analisti (che si dicono «sorpresi» dal dato) danno per certo che il dato continui a scendere per il caro-greggio e il rapporto euro/dollaro.

Arrivano segnali negativi da tutte le parti, ma il governo altro non sa fare altro che interpretare i dati a suo piacimento, tanto ciò che conta sono i titoli sui giornali del giorno dopo.