Bussole impazzite per un paese sull’orlo di una crisi di dati

Società in salita UN SENTIERO di lettura alla scoperta di come è cambiata la percezione dell’operato del governo e delle motivazioni che spingono a votare le diverse coalizioni elettorali. A partire dal «contratto con gli italiani» di Silvio Berlusconi, delle politiche «keynesiane» del centro-destra e del lento declino economico dell’Italia

Capire cosa succede in Italia non è mai stato troppo facile, nemmeno per il colto e l’inclita, ma da un po’ di tempo a questa parte (diciamola tutta: da quando il referendum sul maggioritario ci ha precipitati nella «seconda Repubblica») è diventato pressoché impossibile. A qualunque livello si affronti il dibattito, si ha infatti l’impressione di una situazione in cui non si riesce ad avere un accordo nemmeno sui presupposti del confronto politico. Siamo davvero un paese in declino o è l’area dell’euro nel suo insieme a soffrire della concorrenza dei paesi emergenti? L’impoverimento dei ceti medi e l’aumento delle disuguaglianze ci sono davvero o sono un’invenzione massmediatica? La criminalità è in aumento o in diminuzione? La pressione fiscale è aumentata o diminuita? È in corso oppure no un «attacco allo Stato sociale»? Davvero i conti pubblici quattro anni fa erano a posto? E a che punto è il famoso «Contratto con gli italiani»? Se fossero soltanto i politici di opposti schieramenti a rispondere in modo antitetico a queste domande, ci si potrebbe dolere di una politica ridotta a «teatrino» e pretendere che ognuno di loro corrobori di dati le proprie affermazioni. Il problema, però, è che i due poli non fanno altro che replicare una confusione che molto spesso affonda le proprie radici nei dati. Se, ad esempio, consideriamo l’andamento della disuguaglianza in un biennio «politicamente neutro» come il 2000-2002, constatiamo che la percentuale di famiglie (relativamente) povere misurata mediante i consumi rilevati dall’Istat è diminuita dal 12,3 all’11 per cento; che la percentuale di individui (relativamente) poveri misurata mediante i consumi rilevati dall’indagine sui bilanci familiari della Banca d’Italia è diminuita dal 9,1 al 7,6 per cento; che la percentuale di famiglie (relativamente) povere misurata mediante i redditi disponibili rilevati nell’indagine appena citata è rimasta invariata; che la distribuzione del reddito valutata dalla Banca d’Italia in base alle percentuali delle famiglie incluse nei quintili è rimasta invariata; che il rapporto fra reddito medio per occupato e salario operaio misurato dalle tavole della contabilità nazionale è aumentato (segnalando quindi un peggioramento della distribuzione per gli operai) e che, mentre il potere d’acquisto dei redditi da lavoro autonomo è cresciuto del 4,4%, quello di operai e impiegati è diminuito dell’1,1%, facendo così aumentare lo squilibrio nella distribuzione (ancora dati della Banca d’Italia). Insomma, su sei indicatori, tutti plausibili ed ampiamente utilizzati, due ci dicono che la disuguaglianza è diminuita, due che è aumentata, due che non è cambiato nulla!

A questa poco felice situazione si propone di ovviare un prezioso – direi imperdibile – libretto di Luca Ricolfi, Dossier Italia. A che punto è il “Contratto con gli italiani” (il Mulino, pp. 177, € 11). Muovendo dalla grande confusione in materia di conti, con stime autorevoli che contraddicono altre stime non meno autorevoli, esso infatti intende «isolare i dati di base necessari per farsi un’idea di quel che sta succedendo», ossia «individuare un insieme di informazioni che provengano da fonti attendibili, siano valutate criticamente (specie nel caso di conflitto tra fonti), e inoltre siano: a) disponibili a livello regionale, in modo da poter analizzare separatamente le diverse aree del paese; b) disponibili in serie storica; c) aggiornate all’ultimo (o almeno al penultimo) anno trascorso; d) aggregate ovvero `consolidate’», cioè capaci di «rappresentare in modo sintetico la totalità di un fenomeno anziché un suo aspetto parziale». E il risultato non è l’ennesima interpretazione della società italiana, ma appunto qualcosa di più modesto e, insieme, infinitamente più utile: «un tentativo di porre le basi di un ragionevole accordo intersoggettivo sui fatti» del decennio trascorso.

L’analisi, sempre pacata ed esauriente, fa emergere con nettezza i nodi sui quali tante volte questo giornale ha recitato il ruolo di vox clamans in deserto: il declino economico del nostro paese rispetto all’Euroarea è iniziato nel 1996, le politiche uliviste sono state assai più restrittive e «precarizzanti» di quelle fin qui praticate dal centro-destra (fatta eccezione per l’ultima manovra «elettoralistica» di Amato, che ha provocato un extradeficit che Ricolfi stima fra 14,4 e 18,9 miliardi di euro e un balzo del rapporto deficit/Pil da 0,6 a -2,6 per cento), la spesa sociale negli ultimi tre anni non è declinata (dunque non è vero che la destra abbia fatto «macelleria sociale») e, nel complesso, il centro-destra è stato assai più «keynesiano» del centro-sinistra, per quanto si possa certamente discutere dell’uso che ha fatto della spesa pubblica.

Il coup de théâtre sta però nella tabella che appare a pagina 102, alla quale Ricolfi lascia il compito di mostrare come meglio non si potrebbe quel che egli chiama «il grande swap», il grande «scambio delle caratteristiche» fra destra e sinistra. Quale politica economica è lecito attendersi da un governo «di sinistra»? All’incirca, che aumenti la pressione fiscale e la spesa sociale, si adoperi per la diminuzione della povertà e della disoccupazione, imprima una più rigida regolazione al mercato del lavoro, favorisca la riduzione dell’occupazione «atipica» e del lavoro nero, si guardi bene dal privatizzare il patrimonio pubblico e mantenga nei confronti dei conti dello stato un atteggiamento non più «rigoroso» di quello di Lord Keynes (per il quale preoccuparsi del bilancio invece che dei disoccupati era degno di un malato di mente).

Ebbene, Ricolfi mostra che queste politiche le ha attuate il centro-destra, mentre il centro-sinistra ha fatto esattamente l’opposto. «Certo – aggiunge puntualmente – l’elenco di politiche e di issues non è completo, e l’entità dei cambiamenti è in alcuni casi assai diversa»; alcuni dati, nonostante lo sforzo di «oggettività» che pervade il libretto, potrebbero essere discussi. «E tuttavia – conclude – il colpo d’occhio del grande swap fra blu e rosso difficilmente potrebbe sparire».

Non trattandosi di un testo interpretativo, il lettore non troverà alcuna spiegazione del motivo per cui politiche in buona misura antitetiche abbiano avuto un risultato pressoché identico – un paese impoverito, in cui diminuisce il risparmio delle famiglie, aumenta il loro indebitamento verso banche e finanziarie, si va meno (e per meno tempo) in vacanza ed è andata in fumo perfino la «legge di Engel» (nel triennio 2001-2003, la quota del consumo alimentare sul totale dei consumi è rimasta ferma, nonostante gli indici ufficiali segnalino un aumento dei consumi in termini reali). Ma non è il solo spunto di riflessione che offre questo ricco libretto. Un altro, non meno importante, si potrebbe compendiare in una domanda: quali sono le conseguenze politiche di una situazione in cui destra e sinistra si scambiano i ruoli ma concorrono con pari merito al declino e all’impoverimento del Paese? Più precisamente: come si traduce in voti la percezione che gli italiani hanno di stare peggio?

Utili suggerimenti in proposito provengono da uno studio di Delia Baldassarri, anch’esso da poco uscito per i tipi del Mulino (La semplice arte di votare. Le scorciatoie cognitive degli elettori italiani, pp. 231, € 18,50). Il suo punto di partenza è profondamente diverso rispetto a quello dei tradizionali modelli interpretativi del comportamento elettorale: mentre questi ultimi si concentrano sull’individuazione di quelle variabili che si presentano come sistematiche nell’elettorato di un partito e valgono a differenziarlo da quelli di altri partiti (caratteristiche socio-demografiche come la classe, lo status, l’etnia; influenza dei legami familiari e dei gruppi d’appartenenza; comportamento auto-interessato), l’obiettivo dell’autrice è invece di indagare il modo in cui gli elettori «si differenziano rispetto al modo in cui interpretano e rappresentano i fenomeni politici», ossia «organizzano conoscenze, formano atteggiamenti e definiscono corsi d’azione nella sfera politica».

L’ipotesi che sorregge la ricerca, formulata sulla scorta degli studi di decision making e dell’approccio di political cognition, è che le caratteristiche socio-demografiche ed economiche non influenzino direttamente la natura del processo decisionale, bensì ne determinino le «precondizioni», più esattamente il livello di «sofisticazione politica» dell’elettore. Immaginando il voto come il prodotto di due processi, l’uno frutto dei vincoli strutturali che limitano il set delle scelte possibili, l’altro frutto «dello stile decisionale, della intenzionalità e della libertà che contraddistinguono la scelta di ciascuno», la ricerca tende quindi a dar conto delle «euristiche», cioè delle «scorciatoie cognitive» di cui si avvalgono gli elettori per «ridurre la complessità del compito decisionale», tenendo sempre a mente il monito downsiano circa la «razionalità» dello scarso coinvolgimento politico della massa dei cittadini: «l’elettore disinformato è razionale in quanto il vantaggio derivante dall’acquisizione di nuove informazioni raramente supera il costo del loro reperimento».

Scopriamo così alcune cose interessanti. In primo luogo, che meno di un decimo degli elettori è capace di situarsi lungo l’asse sinistra-destra, di collocare i partiti secondo la medesima direttrice e di votare il partito che giudica più vicino alle proprie posizioni; il resto dell’elettorato vota o in funzione della contrapposizione fra le coalizioni, per cui giudica positivamente la propria e negativamente quella avversaria a prescindere dalle posizioni che queste effettivamente patrocinano (e si tratta di circa un quarto dell’elettorato, concentrato prevalentemente nelle cosiddette «regioni rosse»), ovvero, essendo incapace di utilizzare in alcun modo le coordinate dello spazio ideologico, preferisce scegliere «basandosi su fattori di breve periodo, come alcune specifiche tematiche e l’immagine del leader», e senza porsi alcun problema di coerenza fra di esse e le restanti posizioni assunte dallo schieramento prescelto (e si tratta del 20% circa dell’elettorato).

Benché desti perplessità l’esclusione dalla costruzione tipologica di una parte consistente (poco meno della metà) degli elettori, l’individuazione delle euristiche di voto di cui si avvalgono, potremmo dire, il «razionale», il «tifoso» e l’«antipolitico» sottende una questione che diviene centrale alla luce dell’analisi di Ricolfi: quanto sono veridiche e quanto ingannevoli le categorie di «sinistra» e «destra» utilizzate nell’attuale dibattito politico? Il criterio ordinatore degli oggetti politici di cui si avvalgono, ad esempio, coloro che, nati nella rossa Emilia da genitori partigiani e militanti nel Pci, ritengono «giusto» e «di sinistra» qualunque cosa dicano i dirigenti diessini, è più ragionevole di quello utilizzato da quegli «antipolitici» che, constatato che l’Ulivo parlava di conti pubblici e Berlusconi di posti di lavoro, quattro anni fa hanno votato a destra? Non c’è il rischio, in altri termini, che, andando in pezzi il criterio ordinatore dello spazio ideologico, le euristiche degli antipolitici si rivelino (e paradossalmente) più «efficaci», quanto meno rispetto ai più limitati obiettivi e interessi che sono loro propri?

Bisognerebbe forse chiederlo a quella pletora di lavoratori socialmente utili assunti in questi mesi dal governo (di centro-destra) della Regione siciliana o alle migliaia di precari della scuola immessi in ruolo, in questi giorni, dal governo nazionale. È vero che, come ricorda Ricolfi, il «Contratto con gli italiani» è adempiuto – a essere benevoli – solo per metà, ma è altrettanto vero che, «nonostante i notevolissimi progressi degli ultimi tre anni, il rating dello schieramento di sinistra non è mai entrato in `zona A’, ossia nella regione del pieno consenso»: anzi, «il giudizio complessivo sull’operato dell’opposizione è sempre risultato più negativo di quello – da tempo ampiamente negativo – relativo all’operato del governo». Tutta colpa – come dice il professor Sartori – delle «teste di bambagia piene di aria fritta allevate via etere»? O non dovremmo ascoltare anche noi il suggerimento di Paul Sniderman e provare a «dar senso allo sforzo del cittadino comune di dar senso alla politica»?