Bush si inchioda sugli immigrati

Ormai quello degli immigrati clandestini negli Stati uniti è diventato un movimento «vero», che già comincia ad essere visto come il preludio all’ingresso di un nuovo «soggetto forte» nella politica americana del prossimo futuro: l’elemento «ispanico» che non è più quello dei cubani della Florida orientati automaticamente a destra, ma quello «sociale» proveniente dal Messico (e attraverso il Messico, come i disperati dell’America centrale). Le manifestazioni del week end appena trascorso, con giganteschi cortei in tutte le grandi città e in una quantità di piccoli centri (in qualche caso con scelte fortemente simboliche come la marcia avvenuta a Birmingham, nell’Alabama, che ha seguito lo stesso percorso di quella storica compiuta al tempo della lotta per i diritti civili, che si risolse in un sanguinoso scontro con le forze di polizia), hanno dimostrato che la mobilitazione della settimana scorsa era ben più di una «reazione emotiva» alla legge approvata dalla Camera che prevede la criminalizzazione della presenza negli Stati uniti «senza documenti», la punizione per chi assume i clandestini e perfino per chi presta loro assistenza, fino alla costruzione di un muro gigantesco lungo tutta la frontiera con il Messico. La lotta degli immigrati è ora tutta indirizzata alla legge «nuova» che dovrà varare il Senato (la consapevolezza che quella della Camera debba essere cambiata è molto condivisa fra i senatori, i dolori cominciano quando si tratta di stabilire «quanto» dovrà essere diversa) e la «rete di protezione» attorno ai manifestanti continua ad allargarsi e a rafforzarsi. A Detroit, la città americana con la tradizione sindacale più forte, la protesta è stata ormai «abbracciata» dai sindacati, che hanno subito fatto un «caso» (e quindi un ulteriore elemento di lotta) di quindici donne che la settimana scorsa, dopo avere partecipato a un corteo, furono immediatamente licenziate. Nella capitale Washington, fra gli oratori che parlavano alla moltitudine riunita anch’essa in un luogo storico, quello del «sogno» di Martin Luther King, c’era anche il cardinale Theodore McCarrick. Fra il lavoro di «lobby» cui sono attualmente sottoposti i senatori che al ritorno dalle vacanze dovranno di nuovo mettere mano alla nuova legge da fare, ci sono anche le pressioni di molti imprenditori (in genere loro «donatori») che senza il lavoro degli «illegali» si troverebbero in serie difficoltà. E poi, naturalmente, ci sono i fratelli, i cugini, i paesani, gli amici, i vicini di casa dei manifestanti, quelli che illegali non sono più, che hanno acquisito la cittadinanza americana e che quindi sono diventati elettori. Non è certo un segreto, infatti, che a convincere molti repubblicani «moderati» della necessità di rivedere la legge varata alla Camera non è stata soltanto la palese «inattuabilità » di quella legge (deportare dodici milioni di persone?, cacciare gli illegali e «tenere» i figli che nel frattempo loro hanno messo al mondo in territorio americano e quindi sono cittadini di questo paese?), ma anche la paura di «consegnare» ai democratici per chissà quanto tempo l’enorme potenziale elettorale del nuovo «soggetto ispanico» di cui si diceva, che oltre tutto è quello il cui numero cresce al ritmo più alto. Su questo terreno, una bella frittata i repubblicani l’hanno già fatta: dopotutto questa lotta è stata scatenata proprio dalla legge che la «loro» maggioranza alla Camera ha fortemente voluto, convinta di poter cavalcare lo sciovinismo degli «emigranti dell’altro ieri», magari alle prossime elezioni di novembre, dove sentiva di non potersi più aggrappare alla popolarità guerresca di George Bush ormai decisamente evaporata. Ma i repubblicani «moderati» sono convinti che i margini per recuperare – per esempio attraverso una «buona» legge sugli immigrati – ci siano ancora e da quanto se ne sa si stanno spaccando la testa per produrla. Da rilevare – a proposito di Bush – c’è che in tutto questo dibattito la sua proposta iniziale sui «lavoratori ospiti » sembra del tutto fuori. Anche in questo lui appare sempre più irrilevante.