Bush scopre in Cina i limiti della distensione

Inizia oggi pomeriggio la fase più delicata del viaggio di George W. Bush in Asia: la visita a Pechino. I motivi di attrito non mancano. Domattina il presidente assisterà alla messa in una delle poche chiese aperte, una nuova sfida ai leader cinesi dopo quella della libertà e la democrazia «modello Taiwan» lanciata da Kyoto mercoledì scorso. La Casa Bianca è preoccupata: sa che la visita sarà molto più difficile delle due precedenti. L’hanno resa tale non tanto il braccio di ferro sullo yuan e sui commerci quanto il graduale ritorno della Cina alla repressione interna e la rapida espansione della sua sfera d’influenza.
Ufficialmente Washington afferma che i rapporti non sono mai stati così stretti, ma in privato ammette che la strategia della distensione, culminata nell’ingresso di Pechino nella Wto, ha avuto molti limiti. Le puntate dei ministri Usa in Cina, da quello del tesoro Snow a quello della difesa Rumsfeld, per indurla ad aprire il suo mercato ai prodotti americani e per ridurre le spese militari, hanno avuto scarso seguito. L’appello al rispetto delle libertà civili è rimasto spesso inascoltato.
Ieri, in vista del vertice col presidente cinese Hu, si sono abbattute sul tavolo di Bush le proteste dei democratici e dei gruppi dei diritti umani negli Stati Uniti. Il senatore Harry Reid gli ha rimproverato «troppa debolezza nei confronti del regime». E Human Rights Watch ha denunciato gli arresti di un vescovo e alcuni preti e seminaristi, la persecuzione dei dissidenti, «una situazione disastrosa».
Ma i cinesi non sembrano sensibili all’argomento. Hu ha risposto alle critiche di Bush da Kyoto definendo la Cina «uno stato democratico che non minaccia nessuno, un fattore di stabilità e prosperità in Asia». E ha citato le buone relazioni tra il suo Paese e la Corea del Sud come esempio «della perfetta convivenza tra sistemi sociali diversi dove ci sia reciproco rispetto». Nel suo colloquio con il presidente russo Putin, il leader cinese ha inoltre ribadito che darà la precedenza all’asse con Mosca su quello con Washington.
Stephen Hadley, il consigliere di Bush per la Sicurezza nazionale, ha ieri dichiarato che «l’America non si disimpegnerà mai dall’Asia». Ma la riunione dell’Apec, la Cooperazione economica Asia-Pacifico, ha reso chiaro che la Cina vuole portare l’Asia nella propria sfera d’influenza. E che ha l’appoggio di più di un Paese asiatico e della Russia. Hu, non Bush, è salito alla ribalta in questi giorni in Corea del Sud: ha tenuto un discorso al Parlamento a Seul e un altro all’Unione industriale. E ha persino stretto un trattato commerciale con il Cile, il primo in America Latina.
Hadley ha rifiutato di confermare che a Pechino Bush non potrà apparire alla tv cinese, come invece fece nel 2002. Che Hu gli faccia tale sgarbo o no, Bush è chiamato a riesaminare la propria politica nei confronti della Cina e dell’Asia. La guerra in Iraq, la crociata per l’esportazione della democrazia, gli hanno alienato numerosi Paesi asiatici.