Bush, sanzioni alla Siria. Mosca frena

«Un teorema politico senza prove» Damasco respinge le accuse di un coinvolgimento nell’attentato a Rafiq Hariri ma si dice disposta a continuare la sua collaborazione con la Commissione

Il Cosiglio di sicurezza dell’Onu, nel corso della riunione di martedì prossimo dedicata alla discussione del rapporto Mehlis sull’uccisione dell’ex premier libanese Rafiq Hariri, raccogliendo l’invito del presidente Bush, inizierà a discutere di nuove sanzioni alla Siria «sospettata» di un coinvolgimento nella strage di San Valentino. Per dare maggior forza alla nuova condanna della Siria – in realtà nel rapporto Mehlis, pur politicamente tutto orientato contro Damasco, si parla di indizi e sospetti, di «scenari possibili» di un coinvolgimento siriano ma senza addurre alcuna prova – Washington avrebbe chiesto che la riunione del Consiglio di sicurezza avvenga «al massimo livello» quello di ministri degli esteri. L’ipotesi del varo di nuove sanzioni alla Siria è stata confermata ieri dal ministro degli esteri britannico Jack Straw, in questi giorni negli Usa, secondo il quale «Stati Uniti, Gran Bretagna a Francia starebbe lavorando alacremente» in questo senso. Secondo il già collaudato copione iracheno scritto ai tempi della Commissione per il disarmo non convenzionale (Unscom) – quando il Consiglio di sicurezza pose a Baghdad condizioni impossibili da soddisfare come l’accesso ai palazzi di Saddam – la mozione anglo-americana dovrebbe chiedere un’ «immediata e piena» collaborazione al governo di Damasco. In pratica la messa in stato di accusa, senza prove, del fratello e il cognato del presidente Bashar Assad, rispettivamente Meir Assad e Asef Shawkat, capo dell’intelligence militare siriana e di fronte all’inevitabile rifiuto scatterebbero nuove sanzioni. In realtà gli Usa hanno posto a Damasco anche altre due condizioni: l’abbandono al loro destino e la repressione della resistenza irachena, palestinese e libanese e la rinuncia alla rivendicazione del Golan occupato da Israele. In pratica un suicidio del regime siriano. Tra le sanzioni prese in considerazione vi sarebbe il bando alle linee aeree siriane e l’estensione agli altri paesi delle misure già adottate dagli Usa contro Damasco sulla base delle leggi contro il terrorismo, il Patriot Act e il Syria Accountability Act.. Misure che sino ad oggi l’Europa aveva rifiutato. E che forse potrebbe ancora, in parte, rifiutare nel timore che una balcanizzazione della Siria rischierebbe di far saltare il Medioriente e portare ad un incontenibile flusso di profughi verso le sue coste. Forti dubbi vi sarebbero però da parte della Cina e della Russia che ieri ha frenato l’irruenza di Bush invitando il Consiglio di sicurezza «a non politicizzare le conclusioni del rapporto».

Il governo di Damasco, da parte sua, ha criticato il rapporto per i suoi contenuti -«Non è credibile. E’ costruito su una strana sintesi degli incontri tra Hariri e le autorità siriane. E’ un teorema politico senza prove costruito su testimonianze di ambienti ostili a Damasco» (Faisal Mekdahd ambasciatore siriano all’Onu) ma allo stesso tempo ha ribadito la sua volontà di non porre ostacoli all’azione dell’investigatore dell’Onu fino al punto di permettere nuovi interrogatori dei vertici dei suoi servizi, forse anche all’estero. Sul teorema di Mehlis si è però abbattuto un primo siluro proveniente non da Damasco ma dall’Europa, da Berlino. Il settimanale tedesco «Der Spiegel», nel prossimo numero, sosterrà che il supertestimone autore delle «rivelazioni» sul presunto complotto per uccidere Hariri organizzato dai vertici dei servizi segreti siriani e libanesi, Zuheir Saddiq, sarebbe in realtà un faccendiere e un imbroglione con varie condanne a suo carico che lo portarono a disertare dall’esercito siriano e a fuggire in Libano nel 1996 – dove si sarebbe messo sotto la protezione del leader druso Walid Jumblatt. Zuheir Saddiq, secondo il settimanale tedesco, potrebbe essere stato indotto a fare le sue dichiarazioni contro i vertici dei servizi siriani e libanesi in cambio di ingenti somme di denaro tanto da telefonare a suo fratello da Parigi per annunciargli di «essere diventato milionario». Assai sospetto sarebbe anche il fatto che la comparsa sulla scena del supertestimone sarebbe stata sponsorizzata, lo scorso agosto, dai servizi sauditi e francesi e dallo stesso Rifaat Assad, fratello dell’ex presidente siriano Hafez Assad (zio e nemico di Bashar Assad) esiliato nel 1984, e recentemente adottato da una parte dell’establishment americano (in particolare da Yossef Bodansky ex direttore della task force del congresso sul terrorismo) come una delle possibili alternative per un «cambio di regime». Quando però, a metà settembre, è emerso chi fosse realmente il supertestimone, invece di rimettere in discussione il suo teorema – con le relative accuse a Damasco – il giudice Detlev Mehlis ha subito preso per buono un improvviso cambiamento della testimonianza di Zuheir Saddiq che ora, per ridarsi una certa credibilità, si auto-accuserebbe – in cambio di precise garanzie che non sarà mai estradato in Libano ma resterà a godersi i suoi soldi a Parigi – di aver fatto parte in prima persona del complotto di San Valentino quel tragico febbraio del 2005.