Bush s’affida a Osama

I volti e le dichiarazioni di bin Laden e al Zawahri che minacciano gli Stati Uniti, il ticchettio di una bomba che dopo mezzo minuto di proclami dei capi di Al Qaeda esplode. Non si tratta dell’ultimo videomessaggio della leadership quaedista, ma di uno spot elettorale che – trasmesso ieri in anteprima sul sito internet del partito repubblicano – da oggi raggiungerà i telespettatori americani dei canali d’informazione. A tre settimane dalle elezioni di medio termine del 7 novembre, quando gli elettori rinnoveranno gran parte del Congresso, le tv manderanno in onda un filmato del tutto analogo a quelli confezionati da al Shahab , l’agenzia stampa quaedista: in sovrimpressione frasi come «uccidete gli americani» e «quello che verrà sarà ancora più grande», fino al messaggio finale: «Questa è la posta in gioco. Voto del 7 novembre». Il partito democratico ha subito protestato per la mossa degli avversari, definendo il filmato «allarmistico». I democratici parlano di «un disperato tentativo di cercare di spaventare gli elettori e distrarli dai fallimenti» dei repubblicani, e accusano gli uomini del presidente George W. Bush di «non essere in grado di offrire neanche un esempio di quanto fatto per mantenere sicura l’America». Ma Tracey Schmitt, portavoce del comitato nazionale repubblicano, ha spiegato che «proprio come durante la guerra fredda, la nostra nazione è in guerra con un’ideologia e non con un paese». Lo spot ricorda quello mandato in onda all’epoca di un’altra guerra, quella del Viet Nam, dagli strateghi del democratico Lindon Johnson, che nel 1964 conquistò la rielezione contro il repubblicano Barry Goldwater. «Daisy» si chiamava il filmino di Johnson: una bimba contava da uno a dieci staccando i petali di una margherita, poi una voce fuoricampo contava da dieci fino a zero, prima dell’esplosione di una bomba atomica. Infine le parole Johnson: «La posta in gioco è un mondo in cui i bambini di Dio possano vivere o sprofondare nelle tenebre. Dobbiamo scegliere tra amarci o morire». Con i sondaggi che danno i democratici in vantaggio sia alla Camera che al Senato, i suoi detrattori accusano Bush, oltre che di aver utilizzato toni «allarmistici», di provare a nascondere all’opinione pubblica il disastro iracheno. Ieri il presidente si è riunito in videoconferenza con i generali responsabili del conflitto in Mesopotamia. A quella che i portavoce dell’amministrazione hanno cercato di rappresentare come «una riunione prevista da tempo» erano presenti tutti i protagonisti dell’avventura irachena che in quest’ottobre di ramadan ha rispedito negli Usa già 80 bare con la bandiera a stelle e strisce: il ministro della guerra Donald Rumsfeld, il generale John Abizaid, capo del Central Command, il suo omologo Peter Pace, capo di stato maggiore, e in videoconferenza da Baghdad, il generale George Casey, il più alto in grado in Iraq. «Nessun ritiro di truppe prima che la missione sia completata», ha detto Bush nel messaggio del sabato che ha preceduto la riunione. Ma nel faccia a faccia di ieri generali e politici hanno dovuto ammettere gli errori fatti fin qui. Primo, l’operazione che negli ultimi mesi – nel tentativo di assestare un duro colpo alla guerriglia a Baghdad ha portato centinaia di soldati Usa in combattimenti e rastrellamenti casa per casa è stata un fallimento. Bush ha parlato della necessità di «adattare la propria tattica a quella della guerriglia». Ma anche ieri ci sono stati scontri e attentati suicidi in tutto il paese, con l’incidente più sanguinoso Mahmudiya, a sud della capitale, dove colpi di mortaio hanno ucciso un numero di persone che, a seconda delle fonti, varia da dieci a 30. Secondo il Guardian Usa e Gran Bretagna hanno messo sul tavolo otto opzioni per una strategia di uscita dal pantano. Il quotidiano britannico cita exit strategy che vanno dal ritiro a tappe al ridispiegamento dei contingenti, all’aumento delle forze per far cessare le violenze, fino agli accordi con Siria e Iran. Secondo un diplomatico britannico citato dal quotidiano «potremmo andarcene e lasciarli alla loro sorte. Ma il paese potrebbe implodere». Il ritiro a tappe resta l’ipotesi più accreditata, ma esso dipende dallo stato di preparazione delle forze irachene; secondo il Guardian , un calendario potrebbe già esistere, ma verrebbe tenuto segreto per non avvantaggiare la guerriglia irachena.