Bush non cede, si torna a combattere

Il Pentagono ha pronto il piano per aumentare le truppe in Iraq e la Casa Bianca si avvia ad annunciarlo ma l’ostilità del Congresso cresce e mette a dura prova i piani presidenziali. A svelare i dettagli della svolta strategica è stata la Cbs, spiegando che il ministro della Difesa Robert Gates ha già approvato il piano «Five plus Two» (cinque più due) per l’immediato invio di 10 mila uomini e la possibilità di raddoppiarli in primavera. Due brigate dell’esercito andranno a Baghdad entro fine gennaio con altre tre pronte ad arrivare se necessario, mentre due battaglioni di marines si posizioneranno nell’Iraq occidentale, dove più attivi sono i jihadisti sunniti. Il maggiore sforzo militare investirà dunque la capitale svelando la convinzione di Gates che dalla sua stabilità dipende quella dell’intero Iraq. Proprio Baghdad negli ultimi 18 mesi è stata teatro dell’intensificazione delle violenze inter-etniche e per porvi termine, secondo il New York Times, il nuovo comandante David Petraeus posizionerà i contingenti in arrivo dentro i quartieri caldi – come Sadr City – archiviando le attuali mansioni che si limitano a pattugliare a sostegno delle forze irachene.
Di fronte alla fuga di notizie il Pentagono si è limitato ad affermare che «alcuni elementi corrispondono a verità», ma tanto è bastato per moltiplicare la mobilitazione di quei leader democratici del Congresso che si erano già detti contrari alla decisione di aumentare le truppe. L’obiezione di Nancy Pelosi, presidente della Camera, e Harry Reid, capo della maggioranza al Senato, sta nel fatto che accrescere il numero dei militari va in direzione opposta alle raccomandazioni della commissione Baker-Hamilton, che suggeriva prima un riposizionamento dei soldati dentro le basi e poi entro marzo 2008 il ritiro del grosso delle truppe combattenti. Le obiezioni dei democratici fanno breccia fra i repubblicani: Susan Collins, senatore del Maine, afferma che inviare più soldati sarebbe «un errore perché la soluzione alle violenze inter-etniche deve essere politica e non militare», mentre Heather Wilson, deputato del New Mexico ed ex pilota dell’Us Air Force, osserva che «devono essere gli iracheni a fare di più per loro stessi». E’ proprio questo il cavallo di battaglia di Nancy Pelosi e obbliga Bush a trovare una risposta convincente quando mercoledì parlerà alla nazione. Qualche segnale la Casa Bianca l’ha già inviato: Bush ha detto di aver posto al governo iracheno «richieste precise». Forse anche a seguito di tali pressioni ieri il premier di Baghdad, Nuri al Maliki, ha annunciato un’offensiva contro i «gruppi illegali».
Lo scontro fra Congresso e Casa Bianca si arroventa in un fine settimana segnato a Washington dal tam tam di gossip sui veri motivi che avrebbero spinto John Negroponte a lasciare l’influente poltrona di direttore nazionale dell’intelligence per sbarcare al Dipartimento di Stato con la più modesta carica di braccio destro di Condoleezza Rice sull’Iraq. Le ipotesi sono le più disparate: da una tempestiva fuga per evitare le incombenti inchieste del Congresso sull’Iraq alla sfiducia di Bush sulle capacità della Rice, da frizioni top secret Bush-Negroponte fino ad uno scenario completamente diverso ovvero la volontà della Rice di avere a disposizione un peso massimo per occuparsi della nuova crisi diplomatica in arrivo, l’Iran.