Bush manda Bolton all’Onu

Il presidente Usa sfrutta la pausa estiva e nomina «d’imperio» ambasciatore il falco neocon
Prova di debolezza Il capo della Casa bianca è riuscito solo in questo modo a superare l’opposizione del senato. E nei sondaggi va sempre più giù

Ealla fine è andata come tutti si aspettavano: appena il Senato è andato in vacanza George Bush ha nominato il suo rappresentante all’Onu, quel John Bolton che solo lui considera «adatto» al compito. Dal punto di vista della legalità istituzionale la sua mossa non fa una grinza, perché il presidente ha il potere di procedere «d’imperio» a una nomina, nel caso in cui la ratifica da parte del Senato sia resa impossibile dalle circostanze (come appunto quella della chiusura estiva), così come in Italia il governo può emanare un decreto legge se considera la materia tanto urgente da non poter aspettare il consumarsi dell’iter parlamentare per varare una legge approvata con tutti i crismi. Ma dal punto di vista politico quella di Bush appare come una prova della debolezza politica come del resto mettono in luce in tutti i sondaggi, che ormai ogni volta «toccano il minimo storico», nel senso che l’ultimo è sempre peggiore del precedente. In pratica, proprio come i governi italiani spesso ricorrono al decreto non per evitare le lungaggini tecniche ma per aggirare le difficoltà politiche, anche Bush ha sfruttato la scappatoia delle vacanze per mandare Bolton al Palazzo di Vetro, cioè quell’edificio che secondo lui – come ebbe a dire tempo fa – «se ne crollasse la metà non piangerebbe nessuno». I problemi che la nomina di Bolton creerà, dunque, non saranno di natura istituzionale ma politica, nel senso che la sua credibilità fra i rappresentanti del resto del mondo sarà inficiata dal modo in cui è arrivato a occupare quel posto, per non parlare dell’inevitabile preconcetto personale nei suoi confronti, dopo tutto tutto ciò che si è saputo sul suo conto durante il processo di nomina. Oltre alla bassa considerazione in cui ha sempre tenuto l’Onu, della «personalità» di Bolton sono infatti uscite cose come il licenziamento di funzionari del dipartimento di Stato (di cui lui era sottosgretario) perché la pensavano in modo diverso dal suo; la pretesa che i servizi segreti avallassero ciò che lui diceva, come per esempio che «Cuba dispone di armi di distruzione di massa» (una specie di doppione di ciò che il suo protettore numero uno, il vice presidente Dick Cheney, ha fatto su scala più larga con la vicenda irachena); per non parlare delle deposizioni di vari suoi ex dipendenti che hanno ampiamente illustrato i suoi atteggiamenti «da cow boy», che vuol dire da prepotente. Nel nome del suo protettore, Cheney, che tutti chiamano «il vero presidente», sta probabilmente il segreto per cui Bush si è così incaponito sulla sua nomina. «Ho scelto John – ha detto Bush – per la sua vasta esperienza in politica estera, per la sua integrità e per la sua risolutezza nell’affrontare i problemi che si presentano». La sua nomina, ha aggiunto, «è stata bloccata da una iniquo ostruzionismo partigiano», con il risultato che «sono sei mesi che non abbiamo un rappresentante alle Nazioni Unite». Ma la verità è che a bloccare la nomina di Bolton finora è stato, sì, un ostruzionismo (del resto perfettamente legittimo nella pratica parlamentare), ma non partigiano, visto che a suo tempo la commissione Esteri del Senato non è riuscita a trovare una maggioranza per «raccomandare» all’intera aula la sua conferma, malgrado i suoi membri fossero in prevalenza repubblicani. Ma sia lui che Bush, al momento di annunciare pubblicamente la nomina, hanno seguito il copione di sempre di questa amministrazione: quello di fare come se niente fosse. Alle parole di Bush sulla «integrità» di Bolton, lui ha risposto dicendosi «umilmente commosso», che più che altro sembrava una gag comica. La prima reazione democratica, ieri, è venuta dal senatore Christopher Dodd, del Connecticut. «Il presidente – ha detto – ha fatto un vero disservizio al Paese nominando un individuo che manca della credibilità necessaria per far valere gli interessi degli Stati Uniti all’Onu. Conto di osservare da vicino il suo lavoro per garantire che non abusi della sua posizione come ha fatto in passato». E quanto a Kofi Annan, il segretario generale del’Onu, il suo commento è stato formale e gelido: «Per quel che mi riguarda, noi lavoreremo con lui in quanto rappresentante del presidente e del governo americano».