Bush lo ordina: Hamas va cancellata

Il Grande Medio Oriente di George Bush (e Tony Blair) dove la democrazia, magari portata con i carri armati, avanza irresistibile a grandi passi? Eccolo. Palestina, Iraq, Afghanistan (che Medio Oriente non è ma anche lì la democrazia post-talebana è in marcia). In Palestina. Ieri il nuovo governo di Ismail Haniyeh non aveva ancora giurato a Gaza (se va a Ramallah gli israeliani lo prendono o lo ammazzano), che il dipartimento di Stato faceva sapere che l’amministrazione Usa ha proibito, via email, a tutti i suoi ambasciatori, diplomatici e contractors qualsiasi contatto con i ministri palestinesi del governo di Hamas, indipendenti e tecnocrati inclusi. In concomitanza Bush ha convocato a Washington. Olmert, il vincitore – ma di una vittoria se non di Pirro poco ci manca – delle elezioni israeliane di martedì. che ufficialmente almeno non ha alcuna intenzione di dialogare con Hamas ma solo di portare avanti il suo «piano di pace» (e di confini) in modo rigorosamente unilaterale, andrà a Washington e Haniyeh, che si è detto disponibile al «dialogo » con Israele, andrà all’inferno. E gli europei, che a Hamas avevano lasciato una porta socchiusa – e condizionata -, pure. L’unico interlocutore ammesso a corte da americani e israeliani è Abu Mazen. Che già contava poco, prima della vittoria di Hamas in gennaio, e conta ancor meno – ossia quasi niente – adesso. Nella speranza che possa rovesciare il tavolo e riportare alla ragione i palestinesi, che devono essere puniti per aver votato Hamas in libere elezioni (chi di democrazia ferisce…, verrebbe da dire). In Palestina si annunciano prospettive rosee. In Iraq. Lasciamo da parte la solita macelleria quotidiana a cui ci siamo dovuti abituare e che ormai, tre anni dopo la «liberazione», non fa più notizia (ogni giorno 30-40 corpi, spesso con un colpo in testa e segni di tortura, vengono abbandonati nelle strade e anche ieri 9 civili sono stati uccisi da sconosciuti vestiti da poliziotti iracheni entrati in un negozio di Baghdad), Ma è sul piano politico che, assicura Bush, le cose vanno avanti, verso la democrazia appunto. Altro che guerra civile non più strisciante e ormai aperta. Tanto avanti che l’ambasciatore Usa a Baghdad, l’afghano di nascita Zalmay Khalizad, è andato a trovare Abd al-Aziz al Hakim, il leader dello Sciri, il Consiglio supremo per la rivoluzione islamica, gli sciiti sotto protezione americana e iraniana, e gli ha messo in mano un «messaggio personale» del presidente Bush in cui si dice che il grande capo bianco di Washington «non vuole, non appoggia, non acetta» più il premier ad interim iracheno, Ibrahim al-Jaafari, lo sciita espresso dalla Shia Unites Iraqui Alliance che, guarda caso, ha vinto le elezioni di febbraio fortissimamente volute dall’America (chi di democrazia…). Americani, kurdi e i sunniti che collaborano non vogliono più Jaafari, accusandolo di essere di ostacolo all’auspicato «governo di unità nazionale» e di fomentare l’ormai incontrollabile «violenza settaria» – leggi guerra civile – in cui le milizie sciite fanno più morti di quanti ne facesse prima la resistenza irachena, prevalentemente sunnita. Specialmente l’accusano di essere dietro al temibile Moqtada al-Sadr, il leader sciita radicale che detesta l’occupazione americana. Un portavoce di Jaafari ha definito il diktat «inaccettabile» e accusato gli Usa di voler «sovvertire la sovranità irachena». Ma Jaafari farà la stessa fine dei Chalabi e degli Allawi. In Afghanistan, infine. Ieri un forte contingente di Taliban ha attaccato una base militare nella provincia meridionale di Helmand. Un soldato Usa e uno canadese sono stati uccisi. 12 i marines uccisi dall’inizio del 2006 e 60 nel 2005. Fra i convertiti condannati a morte, i soldati e i civili che muoiono ogni giorno, anche lì la democrazia avanza sotto la guida sicura del presidente Karzai, l’ex impiegato della Halliburton.