Bush, il pericolo della sconfitta

Nessuno se lo aspettava, ma Bush ha dichiarato che l’Iraq rassomiglia al Vietnam, ha aggiunto che sarà necessario un cambiamento di strategia e, a tal fine, ha convocato i generali che dirigono le operazioni in Iraq. Il parallelo fatto da Bush tra Vietnam e Iraq è importante innanzitutto perché è l’ammissione di una sconfitta militare e soprattutto politica. E perché esprime il timore che se non si cambia subito strategia può finire come 40 anni fa Saigon. L’ammissione di una sconfitta da parte del presidente Usa, promotore della esportazione della democrazia con le bombe, è cosa assai seria.
Ma c’è un’altra considerazione assai più preoccupante ed è che la sconfitta ha messo il presidente dello stato oggi più armato del mondo nella confusione. La differenza tra il Vietnam e l’Iraq è enorme e chiara a tutti, non solo per il numero dei morti, ma perché in Vietnam combatteva uno stato con le sue forze armate, e i vietcong, con un vasto sostegno internazionale. Poco o niente a che fare con la resistenza irachena. Sulla Stampa di ieri lo spiega bene lo storico John Keegan.
La prima conclusione è che Bush è in una grande confusione mentale: sa che non si può ritirare dall’Iraq senza perdere la faccia, ma non sa che fare ed è spaventato dalla possibilità di perdere le elezioni di medio termine del prossimo 7 novembre. La seconda conclusione è che se il presidente degli Usa perde un po’ la testa la situazione è estremamente pericolosa: ci si può aspettare di tutto. Soprattutto un rilancio militare fuori degli Usa e repressivo all’interno. Non è affatto secondario ma significativo che lo spot del partito repubblicano per il voto del 7 novembre abbia per protagonista Osama bin Laden e il suo braccio destro Ayman Zawahiri con alle spalle gente di al Qaeda che si addestra. Il partito democratico protesta per questo spot e accusa Bush di non essere in grado di offrire «neanche un esempio di quanto fatto per mantenere sicura l’America».
Il punto è che Bush – costretto a ricorrere a bin Laden in campagna elettorale – gli Stati uniti, Blair hanno perso la guerra dichiarata al terrorismo dopo l’11 settembre e che da questa sconfitta nessuno sta davvero cercando una strategia di uscita, tanto più che viene ribadita la volontà di non andarsene.
Siamo in una situazione di grande pericolo, soprattutto per le possibili iniziative di Bush e forse anche di Blair. A questo punto occorre dire: se l’Europa c’è batta un colpo, prenda forma una iniziativa politica per impedire colpi di testa di Bush, non dimentichiamo che è sotto elezioni. L’Europa, la Francia, la Germania debbono mettere un limite alle risposte pericolose che possono venire da un Bush in difficoltà. Ma c’è anche una responsabilità del governo italiano: se l’Iraq è come il Vietnam sarebbe bene che nessun soldato italiano restasse davvero non solo – al di là degli annunci ufficiali – in Iraq, ma anche e soprattutto in Afghanistan.
La finanziaria è certo importante, ma la politica estera e i contenuti militari della finanziaria, forse, lo sono anche di più. Dopo la dichiarazione di Bush bisogna fare qualcosa. Ci rivolgiamo a Romano Prodi e al ministro degli esteri Massimo D’Alema. Fare finta di niente o sottovalutare la portata della dichiarazione di Bush sarebbe un errore troppo grave e anche un’occasione perduta per mantenere in sella questo governo. Una buona iniziativa in politica estera potrebbe, come nel caso del Libano, ridare ruolo e credito all’attuale governo.