«Bush ha mentito sull’ Iraq»

Due volte, subito dopo le elezioni del 2004 e un anno più tardi, i consiglieri di Bush, appoggiati prima dalla first lady Laura, poi dal segretario di Stato Condolezza Rice, tentarono invano di convincere il presidente a disfarsi del controverso ministro della Difesa Donald Rumsfeld, il principale responsabile della catastrofe in Iraq. Nella Casa Bianca spaccata in due, prevalsero i falchi, i protettori del ministro, fautori della guerra a oltranza contro gli insorti, il vicepresidente Cheney e il guru elettorale Karl Rove. La prima volta, dovette andarsene la colomba Colin Powell, l’ allora segretario di Stato. La seconda volta, Bush risolse il confronto tra Rumsfeld e la Rice, subentrata nel frattempo a Powell, ordinando al ministro di «rispondere alle telefonate di lei», ossia di tenere un dialogo costruttivo. Questa una delle rivelazioni più importanti di un libro sull’ Iraq di Bob Woodward, il vicedirettore del Washington Post che 32 anni fa, assieme a Carl Bernstein, denunciò lo scandalo Watergate, e spinse il presidente Richard Nixon a dimettersi. Il libro, «State of denial» («Stato di diniego») sostiene che Bush è isolato sull’ Iraq; che ha mentito e mente sull’ andamento della guerra; che l’ amministrazione s’ illude ancora della vittoria, a causa soprattutto della sua «mente occulta», Henry Kissinger, l’ ex re della diplomazia, mentre in realtà si profila una disfatta simile a quella del Vietnam. La Casa Bianca e Kissinger naturalmente smentiscono. Ma a un mese dalle elezioni che potrebbero sottrarre il controllo del Congresso ai repubblicani, è difficile immaginare un libro più dannoso per il presidente e più utile ai democratici. «State of denial» è il terzo libro di Woodward sull’ Iraq dopo «Bush in guerra» e «Piano di attacco», ma a differenza dei primi due, favorevoli al presidente, è una aspra denuncia del suo operato: non a caso la Casa Bianca, che collaborò agli altri, lo boicotta, e dà del «mitomane» all’ autore. In risposta, Woodward ha rilasciato una dura intervista alla tv Cbs, e il Washington Post ha pubblicato un grafico in cui contrappone le rosee asserzioni di Bush ai rapporti negativi dell’ intelligence e del Pentagono. Ne è emerso un quadro allarmante: fin dal giugno del 2003 i critici della guerra dell’ Iraq ammonirono Rumsfeld che aveva commesso tre gravi errori, le purghe del partito Baath, delle forze armate e dei leader politici, ma furono tacitati. Oggi il capo del comando centrale, il generale Abizaid, dichiara che il ministro «non ha più credibilità». Tra le tante rivelazioni del libro, spiccano quelle su Kissinger e sulla Rice. Secondo Woodward, Kissinger è chiamato alla Casa Bianca almeno una volta al mese da Bush o da Cheney. Ma interpreterebbe la lezione del Vietnam alla rovescia: mai ritirarsi dall’ Iraq. La Rice invece è tirata in ballo per la mancata prevenzione dell’ attentato dell’ 11 settembre 2001. Nel luglio di quell’ anno, racconta Woodward, il direttore della Cia George Tenet avvertì la Rice, allora consigliere della sicurezza della Casa Bianca, che Al Qaeda avrebbe attaccato gli Stati Uniti. Ma lei non gli prestò ascolto, e l’ agosto successivo Bush liquidò Tenet. Il punto centrale del libro resta comunque lo scontro su Rumsfeld a fine 2004. Stando a Woodward, l’ allora capo di gabinetto Andrew Card chiese le dimissioni del ministro e la sua sostituzione con James Baker, l’ ex segretario di Stato di Bush padre, una colomba che aveva bloccato l’ invasione dell’ Iraq nella guerra del Golfo Persico del ‘ 91. La first lady Laura lo appoggiò dicendo del marito: «Non capisco come faccia a non essere infuriato» (con Rumsfeld). Ma il presidente rifiutò. Card ritornò alla carica a fine 2005. Nuovamente respinto, nonostante le proteste della Rice alle cui telefonate Rumsfeld non rispondeva, Card rassegnò le dimissioni. Un altro libro, «Soldato: la vita di Colin Powell» di un’ altra giornalista del Washington Post, Karen Deyoung, scuote la Casa Bianca. Powell – che l’ ha confermato di persona – non si dimise dopo le elezioni del 2004, fu defenestrato da Bush perché contrario alla guerra in Iraq.