Bush celebra la fine del nazismo attaccando il comunismo

Il presidente sbarca a Mosca, dopo aver parlato a Riga dell’«errore di Yalta», che ha diviso l’Europa e sacrificato la libertà dei piccoli paesi

Braccio di ferro a distanza fra Bush e Putin per Baltico interposto, si potrebbe dire: questo è il senso della visita compiuta ieri dal presidente americano in Lettonia, dove ha incontrato anche i presidenti di Lituania ed Estonia, alla vigilia della sua partecipazione domani a Mosca alle solenni celebrazioni per il sessantesimo della vittoria sul nazifascismo in quella che oggi come ai tempi di Stalin viene ufficialmente definita la «Grande guerra patriottica». Il leader del Cremlino, come si sa, ha attribuito alle celebrazioni una enfasi particolare, sottolineando il ruolo che i popoli della Russia e più in generale della allora Unione sovietica hanno svolto nella lotta contro la Germania hitleriana pagando il terribile prezzo di 27 milioni di morti; e questa enfasi ha una duplice valenza, sul piano che solo impropriamente potremmo chiamare interno nel senso di rilanciare l’orgoglio nazionale della Russia ma anche di chiamare i Paesi ex-sovietici a lei più vicini a una sorta di “serrate i ranghi”, e sul piano internazionale nel senso di riaffermare il ruolo (e gli interessi geostrategici) del suo Paese in contrapposizione alla egemonia unipolare dell’America. Bush lo ha capito benissimo e per questo, pur accettando l’invito di recarsi a Mosca perché tutto sommato non ha interesse a una rottura con il Cremlino, ha fatto a Putin il dispetto di andare subito prima nei Paesi baltici e subito dopo nella Georgia di Saakashvili, cioè da quei capi di Stato ex-sovietici che hanno deciso di disertare l’appuntamento di Mosca; il che non ha mancato di irritare a sua volta Putin e di provocare appunto uno scambio a distanza di battute più o meno acide. «Riconosco – ha detto Bush a Riga – che in Occidente la fine della seconda guerra mondiale significò pace, ma nei Paesi baltici portò l’occupazione e l’oppressione comunista; e noi americani non dimentichiamo quella storia dolorosa». Una affermazione che contiene, al di là dei toni e dei giudizi di merito, elementi di verità storica ma che dà al tempo stesso una lettura dei fatti alquanto sbrigativa; la storia dei tre Paesi baltici è più complessa, non comincia nel 1945 con l’arrivo dell’Armata rossa e non può essere letta senza ricordare anche – tanto per fare qualche esempio – la compromissione di tanti baltici, soprattutto in Lituania ma non solo, con il nazismo o, risalendo più indietro nel tempo, la epopea dei fucilieri lettoni nella Rivoluzione d’ottobre. Le parole di Bush avevano del resto uno scopo politico ben preciso: rinsaldare da un lato i legami diretti degli Usa con Paesi da poco entrati nell’Unione europea e nella Nato e lanciare dall’altro una sorta di “avvertimento” a Putin. Il quale non ha esitato a rispondere picche, dichiarando in diverse interviste che «su questo argomento (la realizzazione della democrazia, ndr) l’America non ha nulla da insegnarci» e che «il modello di democrazia di un Paese non può essere esportato in altre nazioni», per finire con una aperta frecciata invitando di fatto il capo della Casa Bianca a guardare piuttosto in casa sua e aggiungendo, con un tocco di malignità, che nel 2000 la elezione di Bush fu decisa dalla sentenza di un tribunale anziché direttamente dal voto popolare. Il presidente americano ha fatto la dichiarazione sopra riferita aggiungendo con enfasi voluta un «mai più dittature» in Europa, nel corso di una conferenza stampa congiunta con i presidenti lettone Vaira Vike-Freiberga (l’unica dei tre che domani sarà comunque a Mosca), lituano Valdas Adamkus ed estone Arnold Ruutel; poco prima l’ospite americano era stato insignito dell’Ordine delle tre stelle, che è la più alta onorificenza lettone. Bush ha definito i tre Paesi baltici «stretti alleati e amici degli Usa ed esempi di attaccamento alla libertà», dicendosi “ispirato” dal loro esempio; ha ricordato che «ero già venuto qui e conto di tornarci ancora»; ed ha poi aggiunto – forse per non tirare troppo la corda – di comprendere «la rabbia e la frustrazione» dei leader baltici ma di ritenere comunque che sia tempo di riconoscere quanto storicamente accaduto e, prendendone atto, di «andare oltre». Questo è forse il senso della decisione della presidente lettone Vike-Freiberga di andare a Mosca perché – ha detto – la vittoria sui nazisti «deve essere considerata come una vittoria dei valori democratici sul totalitarismo e la tirannia»; è comunque sua intenzione chiedere a Putin di scusarsi per i 45 anni «di occupazione». Ma Putin ha già replicato che la Russia si è scusata nel 1989. Bush peraltro è andato anche più in là, affermando che anche l’America ha una parte di responsabilità perché ha partecipato all’accordo di Yalta che dividendo l’Europa in due «è stato un errore» ed ha per di più «sacrificato i piccoli paesi». Accanto a questi scambi diretti ed indiretti di battute polemiche non è mancata anche una contestazione concreta: a Riga qualche decina di attivisti del movimento russo “nazional-bolscevico” hanno inscenato una manifestazione di protesta contro la visita di Bush cercando di raggiungere il Monumento alla libertà prima dell’arrivo del presidente americano; la polizia è intervenuta, c’è stato un lancio di fumogeni e una trentina di persone sono state arrestate. Le minoranze russe nei tre Stati baltici – intorno al 29% in Lettonia ed Estonia, circa il 10% in Lituania – lamentano di essere sottoposte a costanti discriminazioni e vessazioni; ed è anche questo un motivo, certo non secondario, di contestazione e polemica fra quei governi e il Cremlino.