Bush autorizza il richiamo dei riservisti

I Marines sono nei guai. Il calo delle “vocazioni” a servire nell’elite militare statunitense, ha costretto gli ufficiali a chiedere al presidente Bush l’autorizzazione a richiamare i riservisti inattivi per spedirli in Iraq ed Afghanistan. Un provvedimento questo che riguarda 2.500 marines dei circa 60.000 che hanno già svolto servizio nelle missioni della Guerra Globale contro il Terrore.
L’autorizzazione di Bush consente infatti di richiamare i membri dell’IRR (Individual Ready Reserve). Le regole generali di ingaggio prevedono per un marine quattro anni di servizio attivo. Il soldato ha a quel punto due possibilità di scelta per i quattro anni successivi: diventare un riservista regolare, seguendo un costante addestramento, oppure entrare nell’IRR, conservando per lo stesso periodo solo l’obbligo di firma una volta l’anno. Naturalmente chi si iscrive all’IRR ha molta poco voglia di tornare al fronte ed è meno preparato e affidabile di un riservista attivo. Ma evidentemente non c’è spazio per i dubbi di opportunità tra gli alti ufficiali del corpo dei Few and Proud, i “pochi e fieri”. Se sono rimasti fieri non si sa, ma pochi di sicuro e i buchi nelle programmazioni di imbarco per i fronti iracheno ed afgano vanno riempiti. Con chi capita e al di là della sua volontà.

Il grosso impegno di comunicazione profuso dalle forze armate statunitensi ha perso di appeal tra i giovani che non vedono tornare a casa i loro coetanei. Tra quelli che ritornano dal ginepraio iracheno o afgano sono sempre meno quelli che hanno voglia di vedersi rispediti al fronte ingrossando le fila di chi firma come IRR. La guerra infinita reclama invece altre vite e l’atto di Bush dispone le carte per esaudirne la richiesta: l’autorizzazione è open-end, ovvero aperta, resterà valida fino alla fine della Guerra Globale contro il Terrore. Quindi, a meno di una palingenesi universale, per sempre.

La reale situazione sul fronte iracheno, nonostante i proclami alla smobilitazione in tempi brevi, è raccontata dal quotidiano conto degli attentati, delle vittime di tensioni etnico-confessionali e dallo stato di caos che vive il Paese. Anche ieri quindici persone, tredici delle quali civili, sono morte. Otto di queste in diversi episodi nella sola città di Baquba. Altri nove corpi di persone assassinate sono stati trovati dalla polizia. Sei di queste vicino a un ponte tra le città di Mahmudiyah e Latifiyah, nel cosiddetto “triangolo della morte sunnita” a sud di Baghdad.

Non va meglio nel mediaticamente meno appetibile Afghanistan, dove come rivela l’Ufficio Onu per la lotta alle droghe e al crimine (UNODC), l’unica cosa che va a gonfie vele è la produzione di oppio. La coltivazione del Papaver somniferum è aumentata quest’anno del 40 percento, raggiungendo «un picco senza precedenti». Il generale David Richards, comandante dell’ISAF (International Security Assistence Force), ammette che il dato dell’UNODC è credibile, a causa della situazione precaria nel sud dell’Afghanistan. In sostanza i Taleban hanno ancora il controllo di larga parte del territorio. Una situazione di guerra ancora in corso come testimoniano gli episodi di ieri: diciotto Taleban e un soldato uccisi nel distretto di Kandahar e altri diciotto Taleban uccisi dalle forze Nato con un bordamento «di precisione». Bombardamento avvenuto, assicura l’Isaf a guida Nato, dopo essersi accertati che nell’edificio da colpire non fossero presenti civili. Difficile verificare le fonti da quando il Paese è stato abbandonato dalla maggiorparte dei mezzi stampa.

L’Esercito degli Stati Uniti per tentare di affrontare il teatro permanente della guerra infinita ha già dovuto richiamare oltre diecimila riservisti. I marines sono l’unità di elite utilizzata nelle azioni e nei luoghi più pericolosi. Il ricorso agli IRR è diventato pratica frequente dal 2004 e dal 2001 sono 5.000 le persone che sono state richiamate al fronte per coprire le esigenze di rotazione tra le truppe.

Alcuni membri del Congresso statunitense hanno fatto notare che l’adozione di queste misure sono il segnale che le truppe sono ormai stressate oltremodo dall’impegno al fronte. Voci che rimangono inascoltate, come le opinioni espresse nei sondaggi di New York Times e CBS di ieri: il 51 % degli americani non crede più che la guerra in Iraq sia servita a combattere il terrorismo.