Buon compleanno Casa della cultura

Quando nasce la Casa della cultura è diretta espressione degli intellettuali milanesi della Resistenza. Persino la sede, almeno nei primissimi anni, è alloggiata in un elegante palazzo occupato dal Cln dopo la sconfitta dei nazifascisti in via Filodrammatici. Quello che sarebbe stato un luogo d’incontro di intellettuali italiani e stranieri, viene fondato all’indomani della Liberazione, il 16 marzo di sessant’anni fa. Il discorso d’apertura lo tiene un dirigente simbolo della Resistenza italiana, Ferruccio Parri, che avrebbe ricoperto la carica di primo presidente. Ma tra gli artefici spiccano anche nomi illustri dell’intellettualità italiana, a partire dal filosofo Antonio Banfi e dal gruppo dei suoi allievi, Enzo Paci, Dino Formaggio, Giulio Preti, Remo Cantoni, Elio Anceschi. Da quel momento sarebbero transitati, chi in maniera più stabile, chi più sporadicamente, scrittori, filosofi, artisti. Attorno al nucleo originario si aggiungono altri intellettuali milanesi o che, comunque, hanno eletto la città lombarda a propria residenza. Tra loro c’è Elio Vittorini che a Milano, per alcuni mesi nel ’45, dirige l’Unità per poi fondare per l’editore Einaudi la rivista Il Politecnico. Lo scrittore, convinto sostenitore dell’autonomia della cultura dalla politica, sarà artefice della famosa polemica con Togliatti. Nelle file della Casa della cultura è subito tra i protagonisti, ma l’elenco si estende rapidamente anche ad altri studiosi. C’è Franco Fortini, Cesare Musatti – al quale si deve la diffusione della psicoanalisi in Italia – il filosofo della scienza Ludovico Geymonat, il poeta Salvatore Quasimodo. E’ come se la cultura italiana, troppo a lungo soffocata dal clima di conformismo del regime fascista, fosse con la Liberazione improvvisamente esplosa in mille rivoli, ridestandosi da vizi remoti di piccolo cabotaggio, di provincialismo e chiusure meschine. Nei primi anni, dalla sconfitta del nazifascismo fino al ’48, si respira aria di unità antifascista, la collaborazione tra le diverse anime politiche e culturali che hanno dato vita alla Resistenza regge ancora bene. Il gruppo di intellettuali non si riunisce solo per disquisire di questioni accademiche. L’ispirazione politica è forte, la questione centrale è quale tipo di repubblica l’Italia sarebbe stata, come sarebbero stati messi in pratica gli ideali etici e sociali della Resistenza. E, non da ultimo, come gli intellettuali stessi avrebbero dovuto affrontare le proprie responsabilità storiche nel passato regime fascista.
Il clima di collaborazione fra le diverse istanze politiche e culturali – tra comunisti, socialisti e le terze forze, come gli azionisti e anche i cattolici – si rompe dopo il ’48. Le divisioni della Guerra fredda attraversano anche la Casa della cultura, anche qui i comunisti rischiano l’isolamento. Le rispettive posizioni si irrigidiscono, fra tutte tiene banco la già ricordata polemica fra Vittorini e Togliatti, tra chi sostiene la libertà di ricerca e chi invece il primato della politica. Quasi in successione esplode anche il caso Antonio Banfi all’interno del comitato centrale del Pci di cui è membro. In preda alle convulsioni che provengono dal suo stesso interno si chiude la prima fase della Casa della cultura. Riapre nel ’49, questa volta a occuparsene è la giovane Rossana Rossanda che resterà a dirigerla fino al 1963. Fu davvero egemonia culturale dei comunisti? «Non so se l’avessimo, questa egemonia. Il consiglio direttivo – ha scritto Rossanda in occasione dell’anniversario della fondazione – si riuniva sul serio, a lungo ne fu presidente Carlo Arnaudi, scienziato socialista, e poi Cesare Musatti. Non erano, come la Dc diceva sprezzantemente, “utili idioti” e neppure “compagni di strada”. La strada era decisa assieme, e penso che i socialisti come i comunisti avessero nella Casa della cultura una zona franca». Si trattava, in fondo, del primo segnale di crisi del centrismo, di una prova di discussione e incontro che avrebbe incrinato, in parte, il fronte cattolico. Circolano film e libri considerati eretici in Italia, i formalisti, Brecht – allora proibito, le pellicole russe, sempre sul filo della censura. Un altro sussulto l’avrebbe innescato l’ingresso dei carri armati sovietici a Budapest. «La Casa della cultura restò aperta – racconta Rossanda – chiamammo Alicata a discutere e rendere conto». Sfilano tutti i grandi del teatro italiano, passano anche Sartre, Moravia e Calvino. L’elenco degli ospiti stranieri si allargherà a Lukács, Le Goff, e più avanti, Edgar Morin, Habermas, Elya Prigogine, Baumann. Ancora oggi la Casa della cultura – che celebra dopodomani con un incontro il sessantesimo compleanno – è sulla cresta dell’onda, 250 incontri di media all’anno. Non male per un paese in grave crisi di cultura, formazione e ricerca.