Bulliet: «Storici, le vostre idee alimentano paure e guerre»

C’è chi non scommette un soldo sul futuro della storia. Nella folta schiera di docenti e ricercatori approdati non lontano da Torino al FestivalStoria sono molti ad ammetterlo: la storia ha il fiato corto, gli italiani – soprattutto le giovani generazioni – conoscono poco il passato. Negli altri paesi europei, poi, la situazione è anche peggiore, la formazione culturale media sorvola piuttosto frettolosamente su ciò che sta alle spalle del presente. Richard Bulliet, invece, uno dei protagonisti della prima edizione di questa kermesse di storici che si è conclusa domenica a Saluzzo e Savigliano, dice il contrario. Chi fa il mestiere dello storico ha una responsabilità pesante, le loro idee non riguardano solo il passato, ma possono condizionare le interpretazioni del presente. Possono accentuare l’una o l’altra delle letture del mondo attuale in cui viviamo e alle quali la politica attinge per giustificare le proprie scelte. In questo caso a mettere in guardia i colleghi dal potere delle loro affermazioni è proprio uno storico come Bulliet – professore alla Columbia University di New York ed ex direttore del Middle east institute – da tutti considerato come il principale avversario di Samuel Huntington, l’inventore della formula “scontro di civiltà”.
Il suo ultimo libro, La civiltà islamico cristiana (edizioni Laterza, pp. 208, euro 15,00) è in linea con il tema scelto dal direttore del festival Angelo d’Orsi, “Migranti per forza”. Gran parte degli studiosi intervenuti – Giampaolo Calchi Novati, Alessandro Dal Lago, Luciano Canfora, Giuseppe Galasso, Abdelwahab Meddeb, solo per citarne alcuni – cerca di sfilare la propria disciplina agli usi strumentali della politica. L’idea che la civiltà umana sia nata da scambi, meticciati e migrazioni suona come una sfida, come una netta rivendicazione d’autonomia dalle tesi di politici alla Pera che propugnano la conservazione pura e intatta delle identità. E Bulliet condivide le stesse preoccupazioni. «Il mondo globalizzato – dice -è attraversato da flussi di migranti che valicano le frontiere. Sono persone che sfuggono dalla miseria, semplici lavoratori, ma anche manager, funzionari, amministratori. E’ un mondo osmotico. Certo, i conflitti esistono, ma dire che il mondo è diviso e continuerà ad esserlo per sempre, come sostiene Huntington, è infondato». Gli esempi non mancano. Cattolici e protestanti si sono masscrati ma oggi si riconoscono nella stessa famiglia religiosa. Tra ebrei e cristiani è esistita una storia di persecuzioni culminata nell’Olocausto, eppure oggi l’espressione “civiltà giudaico-cristiana” è riconosciuta all’unanimità come equivalente di un’unica civiltà occidentale.

Il risvolto politico della sua critica è chiaro. Lo stereotipo dello scontro di civiltà non fa che alimentare la paura e il consenso alla guerra. Ma dal punto di vista storico cosa le fa ritenere che, oggi, tra occidente e islam prevalgano gli elementi comuni di una medesima civiltà e non, invece, quelli conflittuali?

Nel libro ho argomentato a lungo le ragioni che mi portano a vedere il cristianesimo e l’islam come due società con sviluppi paralleli. Sono stati ambedue fenomeni massicci di conversione, hanno formato un clero e un linguaggio religioso autonomo e distintivo. Anche lo sviluppo delle università e di un sistema scolastico ha accomunato le due religioni. Le due queste civiltà si sono sviluppate parallelamente fino alla crisi tra il XV e il XVI secolo. E qui ci sono due esiti differenti. La chiesa cattolica, che è un’istituzione centralizzata e rigida, si spacca nel conflitto con i protestanti. Il mondo musulmano, invece, non ha un’istituzione centralistica e rigida. Reagisce alla crisi e alle pressioni esterne provenienti dalla società in maniera differente. A partire da questo periodo l’islam si espande su un territorio molto ampio grazie al principio sufistico della fratellanza, mentre il mondo cristiano si spacca e si fa la guerra. In occidente c’è la riforma protestante e si formano gli stati nazionali. Dopo il 1400 si crea una spaccatura.

Quale?

La legge religiosa non è più parte del gioco politico nelle società cristiane, mentre continua ad esserlo nelle società musulmane. L’opposizione ai poteri assolutistici nelle società occidentali prende la forma dell’opinione pubblica e dei parlamenti che iniziano allora a nascere. Nei sistemi musulmani l’opposizione alle derive assolutistiche e totalitarie è altrettanto forte, ma prende una forma religiosa. E’ la religione, cioè, il cemento di un’opposizione tenace alle tentazioni autoritarie della politica. C’è una differenza tra i sistemi totalitari e la religione islamica. Ancora negli anni ’50 e ’60 regimi dittatoriali nei paesi musulmani – spesso appoggiati dall’occidente – hanno visto una crescente opposizione, prima di ambienti liberali e moderati, poi – in seguito a incarcerazioni e repressioni – sempre più di tipo integralista e religiosa.

Mentre in occidente c’è stata la separazione tra stato e chiesa, tra politica e religione, nelle società musulmane questo processo non è mai avvenuto. Da un punto di vista laico e “illuminato” non basta questo per dire che l’islam è incapace di affrontare le sfide della modernità?

Coloro che non vedono la differenza netta e chiara tra chiesa e stato nei paesi musulmani, semplicemente non conoscono l’islam. Nella gran parte dei paesi in cui prevale la religione islamica e al governo ci sono musulmani, i governi non hanno nulla a che fare con la religione. Non sono informati da principi religiosi. Noi occidentali facciamo, in realtà, un’inversione, applicando all’islam il nostro punto di vista e la nostra storia. Se si dovesse dire agli americani che lo stato italiano paga gli insegnanti cattolici, molti americani inorridirebbero. Così come resterebbero inorriditi molti europei a sentire le idee degli evangelici americani che sostengono che la religione dovrebbe informare lo spirito di comunità negli Usa. Anche nelle nostre società, quindi, ci sono differenze. Il mondo islamico è in evoluzione e ha una pluralità di opinioni, idee e punti di vista molto più ampia di quanto noi riteniamo. Continuiamo ad applicare per comodità e inerzia uno schema mentale troppo semplicistico che non spiega nulla della realtà di quei paesi.

Lei usa civiltà cristiana e occidente come espressioni equivalenti. Ma la questione delle radici culturali è tutt’altro che semplice. L’Europa non può essere ridotta a un’identità religiosa. Ci sono tante altre radici, il Rinascimento, l’Illuminismo, il marxismo, la rivoluzione scientifica. Non le sembra?

Sono d’accordo. La cristianità, per quanto importante, è solo una delle componenti della civiltà occidentale, non è l’unica. Anzi, sono convinto che l’Europa sia destinata a una visione post-cristiana della civiltà. Anche l’Islam evolverà, ma al momento è congelato nel guscio dei regimi totalitari, così come lo è stata l’Europa nel ‘900. Finché questi popoli non saranno liberi di decidere autonomamente il proprio destino, non sapremo mai se questo Islam sarà capace di evolversi, se prevarrà una visione religiosa della politica o no. Può anche darsi che in libere elezioni siano, in un primo momento, i partiti a forte ispirazione religiosa a prevalere. Ma saranno i fatti a dimostrare se governeranno bene o male. E questo saranno i popoli a deciderlo. Io credo che nel lungo periodo le società islamiche si secolarizzeranno. Ci sarà un avvicinamento progressivo tra loro e le nostre società. Ma ora dobbiamo prendere atto della realtà. Oggi l’opposizione ai regimi dittatoriali nell’islam ha una base religiosa, ci piaccia o no. Se non consentiamo a questa opposizione di fare un passaggio ulteriore e alle popolazioni di esprimere una leadership politico-religiosa, non sapremo mai nei fatti se l’islam è in grado oppure no di evolvere.

Non sarà la guerra a favorire questo processo…

L’idea di diffondere la democrazia è buona. E’ pessimo pensare di poterlo fare con le armi.