Bufera su Storace e An per gli 007 anti-Marrazzo

Il caso di spionaggio ai danni di Piero Marrazzo e Alessandra Mussolini, durante le scorse regionali del Lazio, sta scatenando un vero putiferio con epicentro Francesco Storace. Secondo i magistrati della Procura di Milano e i giornali che hanno anticipato la notizia sarebbero riconducibili al suo entourage le indiscrete attenzioni con tanto di intercettazioni illegali, video sorveglianza, pedinamenti e così via messi in campo nella campagna elettorale laziale della primavera del 2005. Ma forse c’è di più. Perché i 16 arresti per una quarantina di reati, ipotizzati in 300 pagine di ordinanza, tra cui associazione a delinquere, corruzione, rivelazione di segreti d’ufficio, falso, violazione di sistemi informatici portano dritti a un’inchiesta ben più ampia che dura da due anni. Per ora sono finiti a San Vittore a disposizione della magistratura 11 investigatori privati, due finanzieri, un poliziotto e due dipendenti della Tim. Sarebbero parte della “banda” che gestiva a pagamento informazioni riservatissime scucite dalla banca dati delle forze dell’ordine (lo Sdi, sistema di indagine) o dall’archivio delle intercettazioni di Telecom per scopi prevalentemente di spionaggio industriale. Il giro era semplice: due marescialli del servizio informazioni della Guardia di Finanza di stanza a Novara, un ispettore capo della Polizia di Stato a Padova e due tecnici Tim addetti alle intercettazioni fornivano le informazioni, la rete di investigatori privati pagava bene e costruiva i dossier. Il Lazio-Gate degli spioni di Marrazzo e Mussolini sarebbe figlio di questa rete.
Ma le sorprese potrebbero non finire qua. Il filone d’inchiesta milanese, iniziato due anni fa per un caso di spionaggio industriale, porta dritti al Centro nazionale per l’autorità giudiziaria a cui si rivolgono tutti i magistrati per eseguire le intercettazioni. Diecimila apparecchi tra fissi e cellulari controllati sotto la supervisione del dipartimento sicurezza di Telecom e del suo responsabile Giuliano Tavaroli, ex maresciallo dell’antiterrorismo dei carabinieri e già uomo Pirelli, che sarebbe anche l’ideatore di SuperAmanda, una sorta di Echelon nostrana, per spiare, catalogare, registrare tutto ciò che gli italiani si scambiano via tecnologica, nel nome della guerra al terrorismo. SuperAmanda a parte, con le sue centrali d’ascolto Telecom dispone già di un “superpotere” – così lo definiva il procuratore aggiunto di Milano Armando Spataro – in grado di collegarsi alle più riservate informazioni del ministero dell’Interno e della Giustizia. Chi fece trapelare le intercettazioni dei “furbetti del quartierino” di Bpl e Unipol con i loro referenti politici?

Il polverone sullo spionaggio laziale riapre la questione in campagna elettorale e Storace, con tutta An compatta, si butta nella mischia promettendo querele per ciò che definisce «una calunnia grande come una casa», “palate di sterco”: «Sono io la vittima». Secondo il ministro l’evidenza del “linciaggio elettorale” è la data dei reati contestati finora, il 2004, quando non esistevano ancora candidati alle regionali laziali. Peccato che il filone romano dell’inchiesta sia nato dal rinvio a giudizio di esponenti della società Laziomatica, legata alla Regione, per essersi introdotti nell’archivio dell’anagrafe del Comune di Roma per verificare i dati dei sostenitori delle liste di Alternativa sociale di Alessandra Mussolini. Anche in quel caso Storace invocò il complotto. Oggi ammette di essersi servito dei servigi di alcuni arrestati: «Fu il mio staff a rivolgersi all’agenzia investigativa privata Ssi per bonificare i nostri telefoni perché temevamo che nel corso della campagna elettorale qualcuno ci spiasse». E il titolare Pierpaolo di Pasqua? «Era un ragazzo di destra e noi ci fidavamo».

Nel clima arroventato, Berlusconi e Pisanu si sprecano nell’escludere “qualsiasi utilizzo dei poteri dello stato a fini politici” e nel riaffermare l’impegno per “garantire una corretta competizione elettorale”. Le opposizioni chiedono chiarezza, una commissione d’inchiesta e in ordine sparso le dimissioni del ministro. Casini ha convocato la conferenza dei capigruppo per martedì prossimo per valutare un’audizione del governo. E la campagna elettorale si fa torbida mentre lassù nell’etere qualcuno ci ascolta.