Buco nelle casse Usa, record amaro per Bush

L’antrace era uno scherzo, questi numeri sono veri e sono da paura. Si tratta delle ultime proiezioni sul debito pubblico degli Stati Uniti elaborate dal Government Accountability Office (Gao), l’ufficio del Congresso che svolge le funzioni della Corte dei Conti
in Italia. Mostrano che quest’anno fiscale va a chiudere con un buco di 8.500 miliardi di dollari e che nell’arco di una generazione – in assenza di drastiche misure correttive – il debito indicizzato al tasso d’inflazione è destinato a sfondare la soglia dei 46mila miliardi. Tanto quanto vale la ricchezza di tutti gli americani messi insieme, da Bill Gates alla cucitrice di una pelletteria cinese. Uno scenario apocalittico perché soltanto per pagare gli interessi sul debito non basterebbe neppure l’intero gettito fiscale.
David Walker, il direttore del Gao, ha annunciato che durante la campagna per le presidenziali del 2008 intende girare l’America in lungo e in largo per spiegare agli elettori la gravità della situazione: «È impossibile affrontare un problema se non ci si rende neppure conto che esiste». I sondaggi dicono che l’opinione pubblica ha un’idea molto vaga sia sull’entità dell’indebitamento pubblico che delle reali conseguenze a lungo termine. L’ultima indagine commissionata dalla rete televisiva Cbs e dal New York Times su quale sia oggi il problema più grave per l’America indica al primo posto la guerra in Iraq, seguita dal terrorismo, dalla disoccupazione e dalla debolezza dell’economia. Il debito pubblico non entra neppure nella rosa delle prime dieci preoccupazioni degli americani. Quando però la questione del disavanzo viene esplicitamente menzionata il 42% degli interpellati afferma che dovrebbe essere una priorità per l’amministrazione, mentre il 38% la considera di secondaria importanza.
Walzer è convinto di avere potenzialmente dalla sua parte la maggioranza degli americani. E vuol essere sicuro che alle prossime elezioni nessun politico possa eludere il problema. Sta organizzando un tour de force di conferenze e comizi come se fosse uno dei candidati alla Casa Bianca ma mette ben in chiaro di non avere affatto intenzione di cambiare mestiere. «Può permettersi di parlare chiaro e di dire la verità perché non rischia nulla, ha un mandato di 15 anni che dura sino al 2013», spiega Isabel Sawhill, economista della Brookings Institution di Washington. Il messaggio è semplice: con questo andazzo il debito pubblico è destinato a crescere ogni anno di una cifra compresa tra i due e i tremila miliardi di dollari. Quando la generazione dei baby boomer raggiungerà l’età della pensione, l’America di troverà di fronte a uno «tsunami demografico» in grado di paralizzare l’economia. Sei anni di amministrazione Bush hanno messo i conti pubblici su un binario molto pericoloso: bruciato l’intero surplus creato negli anni ’90 durante la presidenza Clinton, il governo ha attinto a piene mani dalle banche centrali di Cina e Giappone per la gestione delle partite correnti. E c’è il problema strutturale della previdenza sanitaria che – pur lasciando senza assistenza 50 milioni di americani – viaggia da sola verso un disavanzo di 5mila miliardi. Il costo di Medicare – il programma destinato ai cittadini oltre i 60anni di età – è quadruplicato dal 1970 ad oggi e le proiezioni indicano che entro il 2030 è destinato ad assorbire il 25% di tutte le risorse federali. Il sistema può essere razionalizzato e migliorato ma gli economisti avvertono che dalla spirale non si esce senza un aumento delle entrate fiscali. I tagli alle tasse di Bush vanno tagliati.