Bruno Steri: “Prodi, il dominus: l’ultima parola vuole che sia la sua”

L’intervista a Romano Prodi del 5 ottobre sul Corriere della Sera è particolarmente significativa, innanzitutto per quell’apertura in cui egli assicura che, in caso di una vittoria del centrosinistra, si tornerebbe al maggioritario.

Sì, la prima affermazione importante di Romano Prodi è questa: «se vinco io si torna al maggioritario». Non è più, quindi, soltanto di D’Alema l’impostazione oltranzista dal punto di vista della opzione bipolarista. E’ anche il candidato dell’intera coalizione che dice chiaramente che se vince il centrosinistra si torna al maggioritario. Ma osteggiare e contrastare la proposta di riforma in senso proporzionale avanzata dalle destre in forza dell’argomentazione di una sua strumentalità nasconde la volontà precisa di difendere e mantenere questa legge maggioritaria. È dunque una posizione insostenibile dire che delle ipotesi di riforma in senso proporzionale si tornerà a parlare dopo le elezioni con la vittoria del centrosinistra: è una posizione che reputo ingenua, nel migliore dei casi, ed ipocrita nel peggiore.

Il cuore dell’intervista di Prodi affronta una serie di questioni internazionali sulle quali è bene soffermarsi.

Mi pare che una frase di Prodi sintetizzi l’intera intervista: «Noi andremo alle elezioni con una linea, non con più linee». Se ancora ce ne fosse il bisogno, Prodi ribadisce chi è il dominus: il dominus è colui il quale vincerà le primarie, cioè egli stesso. È chiaro che chi vince le primarie avrà il dovere di compattare la coalizione ma l’ultima parola sarà la sua e dunque, sulla base della disciplina di coalizione, anche chi è riottoso si dovrà adeguare.
Nel merito delle questioni affrontate: Prodi afferma, con ragione, che grazie al governo Berlusconi i rapporti del nostro Paese con l’Europa da un lato e con gli Stati Uniti dall’altro sono stati sbilanciati nettamente a favore degli USA. Questo è vero ed ovvio. Aggiunge poi che è necessario un riequilibrio della politica estera a favore dell’Unione Europea. Sta di fatto che Prodi aggiunge un “però”: non a danno dei rapporti transatlantici. Questo riequilibrio è del tutto formale, quindi, perché non se ne vede traccia concreta.
Prodi si dice, per esempio, entusiasta dell’allargamento dell’Unione Europea a venticinque, quando, nei fatti, questo allargamento è stato un cuneo, un cavallo di Troia dell’influenza nordamericana nel cuore dell’Unione Europea, per non parlare della Turchia che, come ha scritto giustamente Giulietto Chiesa su il manifesto, è il sigillo dell’impronta del tallone USA sul progetto europeo. Anche di questo Prodi non parla.

Come non parla del ruolo della NATO e del rapporto del nostro Paese con la NATO…

Sì. Anche rispetto alle basi NATO e USA in Italia il silenzio di Prodi è colpevole. Questo delle basi è un problema che sempre più sta esplodendo: anche i nostri presidenti di Regione più illuminati chiedono un ridimensionamento della presenza militare straniera per invertire una tendenza che va esattamente nella direzione opposta (si pensi al raddoppio della Maddalena e di Camp Darby e delle ingenti dotazioni di armi non convenzionali e nucleari di cui dispongono queste basi).
Se quando si parla di non dipendenza nei confronti degli Stati Uniti non si entra poi nel merito si rimane, ripeto, colpevolmente reticenti.

Un’altra questione che mi pare rilevante è il passaggio in cui Prodi affronta il tema della legittimità dell’utilizzo della forza.

Prodi dice apertamente che esistono le possibilità perché un intervento armato possa ritenersi giustificabile, per esempio in presenza di «atti di terrorismo» o di «genocidio», e cita il caso del Kosovo. Non troviamo nell’intervista una sola riga di ri-problematizzazione dell’accaduto, non dico di autocritica, anche se quella vicenda, che ha inquinato i governi di centrosinistra, imporrebbe quantomeno un ravvedimento.
Vorrei del resto ricordare che in Kosovo ancora oggi è in atto una pulizia etnica ai danni di serbi e rom e le nostre truppe sono lì. Ogni tanto qualcuno deve ricordarlo…
Anche su questo punto il riequilibrio di cui parlavamo è del tutto formale perché non si sostanzia affatto di prese di posizioni chiare e coraggiose, anche minime, come Zapatero in Spagna. Questo atteggiamento pontificale di Prodi nasconde in realtà reticenze gravissime.

Parlando di Europa, Prodi puntualizza l’esigenza di “alcune modifiche” nella carta costituzionale…

E cosa vuol dire? Non si tratta di mettere qualche correzione qua e là a quel testo perché è l’intero impianto ad essere inaccettabile. Quella Costituzione è stata bocciata, insieme all’impianto generale e all’impostazione di fondo delle politiche europee.

Un’ultima battuta sull’Iraq.

Ovviamente l’Iraq è la patata bollente. L’Italia impegna diecimila soldati per le missioni cosiddette “umanitarie” che in realtà sono missioni di guerra. In Iraq abbiamo tremila soldati italiani, il movimento contro la guerra in questi anni ha espresso chiaramente, nonostante il bombardamento mediatico, la propria contrarietà, così come la maggioranza dei popoli.
Sull’Iraq il centrosinistra non è neanche in grado di parlare di ritiro immediato perché traccheggia. Il quadro non è solo insoddisfacente, è preoccupante.
A questo si aggiunge un ultimo elemento che reputo sconcertante e che attiene all’idea che sia possibile esportare la democrazia. Prodi rivendica questo aspetto, anche se in modo pacifico. È sconcertante perché apre un varco enorme ad un atteggiamento di tipo neo-coloniale. Qual è il tribunale della Storia che decide chi deve esportare il proprio modello di organizzazione politica e come? Chi ha stabilito che l’Occidente capitalistico è la civilizzazione? In base a quale principio?