Bruciati i caduti per sfregio ai vivi

I vostri combattenti sono qui», urla al megafono il sergente Jim Baker davanti a due corpi bruciati. «Sono distesi e rivolti verso Ovest (cioè verso la Mecca, ndr), ma voi avete troppa paura di venire e recuperarli. Siete proprio quelle femminucce che abbiamo sempre pensato». Il sergente tace, aspettando che le sue parole e la vista dei due corpi martoriati facciano chissà quale effetto, ma dal villaggio non arriva nessuna reazione. Allora un altro soldato non identificato prende il megafono e urla a sua volta: «Voi con l’Afghanistan avete chiuso. Avete finito di attaccare e scappare come femminucce. Siete la vergogna della vostra religione e delle vostre famiglie. Venite giù e combattete da uomini, non da cani vigliacchi». Questa scena è avvenuta il primo ottobre, tre settimane fa, alle porte del villaggio di Gonbaz, nel Sud dell’Afghanistan, a circa 60 miglia da Kandahar, una volta roccaforte dei Talebani. Ed è avvenuta sotto gli occhi di un fotografo e cineoperatore australiano di nome Stephen Dupont, che è stato embedded con la 173ma brigata aviotrasportata dell’esercito americano per un paio di mesi. Ma i responsabili di quell’azione non sono i membri di quella brigata, secondo ciò che lui ha raccontato in un programma della tv australiana che ha immeditamente fatto il giro del mondo. C’era stato uno scontro con i Talebani nei pressi del villaggio, ha raccontato Dupont, che aveva lasciato sul terreno quattro morti: due Talebani, un americano e un afghano loro alleato.

I morti americani, come si sa, si rimandano a casa (magari nel modo semiclandestino che George Bush ha imposto per non turbare i sonni dei suoi sostenitori). Quelli nemici, invece, si bruciano «per ragioni igieniche», è stato spiegato a Dupont. «Ci è stato detto di bruciarli perché dopo ventiquattro ore cominciano a puzzare», spiega un soldato, mentre nel video girato da Dupont si vedono i due corpi in fiame e un gruppo di soldati seduti su una roccia che guardano il loro consumarsi. Poi però arriva un secondo gruppo di soldati, indicato come una psychological operations unit, che si impadronisce dei corpi per usarli, dice Dupont, «come mezzi di propaganda». Il loro concetto di «guerra psicologica» consiste, sempre nelle parole di Dupont, nel «suscitare una tale rabbia nei Talebani da spingerli ad attaccarli», per batterli giovandosi del fatto che sono meglio armati di loro e anche per consolare quelli delle unità combattenti, che in genere sfogano la frustrazione che quel nemico sempre «invisibile» gli provoca invadendo villaggi e sconvolgendo la vita dei loro abitanti alla ricerca di «collaboratori». Detta così, la creazione di quelle «unità addette alle operazioni psicologiche» sembra essere stata considerata necessaria e quindi «decisa» da quelli che studiano le cose negli uffici del Pentagono. Ma quando ieri la vicenda di Gonbaz è esplosa sui media americani, da parte dei suoi ufficiali è stato tutto un coro di «noi non c’entriamo». Il generale Jason Kamiya, comandante delle «operazioni tattiche quotidiane» in Afghanistan, ha detto subito che «se le accuse saranno provate, verranno supito intraprese le procedure previste dal codice di giustizia militare», e il comando centrale ha emesso un vibrante comunicato dicendo che l’episodio «viola la policy degli Stati Uniti» e citando perfino la Convenzione di Ginevra. Sì, proprio quella che secondo il «memo» di Alberto Gonzales, poi promosso ministro della Giustizia, poteva tranquillamente essere ignorata.

Interpellati a caldo, alcuni uomini della Casa Bianca si sono lasciati andare (protetti dall’anonimato) a considerazioni del tipo «E’ una gran brutta notizia», mostrandosi preoccupati per «il danno» che questa storia può arrecare nel mondo islamico all’immagine degli Stati Uniti, già ampiamente danneggiata da Guantanamo, Abu Ghraib, eccetera. Il Pentagono ha già annunciato formalmente «un’inchiesta approfondita e completa». Chissà se a un certo punto si troverà un «memo» col quale si è dato il via alle «unità addette alle operazioni psicologiche».