Bruciate vive a 13 anni per 70 centesimi al giorno

Nonostante la gravità dell’accaduto, probabilmente è necessario fare uno sforzo per ricordarsi cosa è successo nelle primissime ore della mattina del 23 febbraio scorso in quel di Chittagong, nel Bangladesh. Alle 5 e 30 la fabbrica Kts prese fuoco e molti dei 500 operai presenti al momento dello scoppio del radiatore all’origine del disastro persero la vita, bruciati dalle fiamme. Perché le uscite erano chiuse a chiave dall’esterno, le chiavi non si trovavano e i vigili del fuoco facevano fatica a scavare fra le macerie. Cinquantuno morti – si disse – molti dei quali erano donne. Poi, più niente. Fino a ieri, quando arriva un’e-mail che riporta i resoconti dei sopravvissuti raccolti dai giornali locali e aggiunge particolari sconosciuti. E agghiaccianti.
I morti ufficiali finora sono 84, ma con i dispersi potrebbero raggiungere 200 o 300. Molte di loro sono ragazzine fra i 12 e i 15 anni e i loro corpi sono stati carbonizzati prima che arrivassero i soccorsi. Perché? Perché le uscite erano illegalmente bloccate, per impedire ai lavoratori di lasciare la propria postazione. Queste ragazzine che sono morte guadagnavano 7 centesimi all’ora. Era il salario previsto dalle multinazionali per cui la Kts lavorava: Ambiance Usa, Inc.; Uni Hosiery; VIDA Enterprise Corporation; ATT Enterprise, Inc. (tutte di Los Angeles); O’Rite International Corporation (Union City) e Leslee Scott, Inc di Ogden, nello Utah. Sei multinazionali americane, alla faccia del tanto sbandierato codice di condotta che colossi come la Nike, non tanto tempo fa, si sono vantate di aver adottato nelle loro fabbriche del sud-est asiatico per impedire lo sfruttamento dei lavoratori. Peccato però che ai sopravvissuti del disastro di Chittagong questo codice di condotta non risulti proprio.

Non ne hanno mai sentito parlare.