Brivido caldo dentro le Borse

È durato poco l’entusiasmo degli investitori nato dopo l’intervento del presidente della banca centrale americana, Ben Bernanke. Giornata negative per le borse americane, che scaricano i loro cattivi risultati anche su quelle europee. «L’economia americana mostra segni di rallentamento, ma gli alti prezzi del petrolio hanno il potere di far peggiorare l’inflazione».
I due concetti (rallentamento economico e inflazione) contenuti nella stessa frase, sulle labbra del numero uno della banca centrale degli Stati uniti d’Ameria, fanno un certo effetto e riportano alla mente la stagflazione (situazione in cui sono presenti sia stagnazione economica che inflazione), un fenomeno presentatosi per la prima volta alla fine degli anni ’60 e che mise in crisi l’egemonia della teoria economica keynesiana.
Nel suo discorso semestrale tenuto al Congresso Usa, Bernanke dice sostanzialmente che manterrà sotto controllo l’inflazione, forse senza rialzare i tassi di interesse, per non soffocare le imprese. Tenere sotto controllo la crescita dei prezzi senza ricorrere a questo strumento è però un compito tutt’altro che facile. Gli investitori hanno fatto mostra di crederci e nella giornata di mercoledì le borse hanno ripreso vigore dopo un’intera settimana negativa. Ma la notte porta consiglio e così già dall’altroieri Nasdaq (-1,98%) e Dow Jones (-0,76%) hanno chiuso la giornata in rosso. Anche quella di ieri è stata una giornata all’insegna del «venda chi può», spinti dai cattivi risultati comunicati da alcune grandi imprese americane, tra cui Ford, Dell, Intel e Yahoo. I principali listini europei chiudono in perdita: a Francoforte l’indice Dax arretra dell’1,72%, mentre Londra cede lo 0,75%. Perdite più contenute a Piazza Affari in ribasso dello 0,75%.
Le dichiarazioni di Bernanke erano evidentemente mirate a dare l’impressione di padroneggiare completamente la crescente inflazione, evitando nello stesso tempo ripercussioni sull’economia. E’ probabile però che non abbia raggiunto nessuno dei due obiettivi. Le ripercussioni negative si stanno già registrando: a meno di un’ora dalla chiusura dei mercati il Nasdaq è a -0,88% e il Dow Jones a -0,54. Per quanto riguarda il controllo dell’inflazione, anche un eventuale ritocco verso l’alto dei tassi di interesse potrebbe avere effetti nulli, in quanto già scontato dagli operatori, che pronosticano un aumento di 0,25 punti per il mese di agosto o, al massimo, per la fine dell’anno.
L’ipotesi di una spirale inflazionistica preoccupa notevolmente gli americani a causa della gigantesca esposizione debitoria del paese. Il pagamento degli interessi sul debito pubblico ha ormai raggiunto i due terzi del Prodotto interno lordo. Ogni cittadino americano è insomma indebitato per più di 28 mila dollari; e almeno 2.000 se ne vanno ogni anno per fronteggiare gli interessi maturati sul debito, che ammonterebbe ad oltre 1 zilione di dollari (misura di grandezza «atipica» che indica una quantità di fatto smisurata).
Il dato, però, non sembra preoccupare più di tanto l’amministrazione Bush che, fedele alla vecchia massima del «chi più spende più guadagna», sfoggia un nuovo record in fatto di deficit. La bilancia commerciale del solo 2005, infatti, presenta un disavanzo di ben 726 miliardi di dollari; colpa del petrolio ma anche dell’import dalla Cina.
Storicamente, in periodi di difficoltà economica, gli Usa si sono affidati ad un conflitto bellico, cosa che ha sempre garantito una drastica riduzione del deficit delle partite correnti e dei rischi più significativi per la moneta nazionale. Ma questa volta qualcosa sembra non funzionare. È ormai palese che sull’Iraq Bush e i suoi abbiano sbagliato i calcoli, ma la sensazione è che non abbiano imparato la lezione e che siano pronti ad aprire nuovi fronti di guerra nella speranza di ottenere nuove risorse per finanziare quella in corso. Insomma un meccanismo perverso, da giocatore di roulette con l’acqua alla golla che perde una puntata e si rigioca il doppio per recuperare.
Nel frattempo la Cina incassa il surplus commerciale e aumenta per la seconda volta in due mesi i tassi di interesse per mettere un freno alla crescita che non dà segni di flessione.