Brescia d’acciaio tra Lucchini e i russi

Seconda tappa del viaggio nel lavoro. Nel cuore siderurgico italiano/2

Dalla cabina di comando, sospesa ad alcuni metri dal suolo, si vedono in trasparenza il forno e i rottami incandescenti che fondono. Il processo è computerizzato e l’operatore lo governa attraverso una sorta di consolle in un ambiente piuttosto confortevole, insonorizzato e climatizzato. Alberto Cavedo, delegato Fiom da 28 anni, che mi ha portato fin quassù insieme a Fausto Beltrami della Cgil, commenta con qualche compiacimento: «Le condizioni di lavoro sono notevolmente migliorate. Non è più come prima, quando stavi a pochi metri da una colata di tre mila gradi con la lancia ossidrica in spalla. Adesso impieghiamo i robot. D’altra parte, però, sono aumentati notevolmente i ritmi: una volta colavi ogni tre ore e colavi 80 tonnellate, adesso ogni 40 minuti e te ne vengono giù 160». Brescia è tante cose ma è ancora – e molto – siderurgia. Qui i forni elettrici e le siviere vanno a pieno regime, e i treni di laminazione scorrono veloci fino a rilasciare il prodotto finale, soprattutto vergella. Siamo all’Alfa Acciai, il più grande stabilimento siderurgico della provincia con 870 dipendenti, considerato leader nella produzione dell’acciaio per cemento armato. Un’unità produttiva tra le più rilevanti nel robusto e complesso tessuto industriale bresciano, innervato su una fitta trama di imprese piccole e medie. Nel suo campo, se si guarda al mercato globale, con 950 milioni di euro di fatturato l’Alfa Acciai è un attore piccolo. Ma fa profitti e non sembra soffrire, al momento, per una restrizione degli ordini. Nella siderurgia bresciana, e in aziende come questa, ci sono stati investimenti significativi negli ultimi 10-15 anni. Ma mi fanno notare che sono stati finalizzati principalmente all’aumento dei ritmi e a incrementare la produttività. Anche nell’ambiente di lavoro e nell’emissione degli inquinanti vi sono state migliorie. Il deficit sta nella qualità e nell’innovazione del prodotto. «Dopo un’evoluzione continua nei processi e dopo il passaggio dal tondo per cemento armato al profilato e agli acciai speciali, oggi siamo piuttosto fermi». E Cavedo precisa: «I paesi nuovi ci incalzano non tanto per il basso costo del lavoro, che nel nostro settore incide poco a differenza dell’energia, della materia prima e dei trasporti, quanto perché ormai loro sono in grado di fare gli stessi prodotti che facciamo noi con la stessa qualità. Ma noi, con un’esperienza di mezzo secolo, potevamo (e possiamo) fare un prodotto diverso».

Per i miei interlocutori, cui si sono aggiunti nella sede della Camera del lavoro Renzo Bortolini e Piero Griotti della Fiom, insieme a Giuseppe Zucchini della Stefana Siderurgica, non ci sono dubbi: è Luigi Lucchini, l’ex «re del tondino» caduto dal trono, il prototipo del cattivo imprenditore che non crea nulla di nuovo e acquisisce il frutto del lavoro altrui, che beneficia di graziose elargizioni dallo stato e che, soprattutto, considera i lavoratori e il sindacato come nemici da combattere e sottomettere. Se per l’Alfa Acciai e in generale per la siderurgia bresciana, pur in un contesto economico irto di difficoltà, il 2004 è stato d’oro, per il boss che si è fatto da sé, diventato negli anni Ottanta presidente della Confindustria, l’anno è stato quello dello della resa. Schiacciato dai debiti, Lucchini ha ceduto le armi e soprattutto il 62% del capitale al colosso russo Severstal che ha ingoiato il secondo gruppo siderurgico italiano. Così, dopo lo smontaggio senza ritorno di Bagnoli, e dopo Terni acquisito da Thyssen Krupp, pure lo stabilimento fondamentale di Piombino è finito all’estero. C’è ancora Taranto, con Cornigliano, nelle mani del gruppo Riva, ma quel che resta della grande siderurgia italiana assomiglia molto a uno «spezzatino».

Bortolini mi fa notare che a Brescia Lucchini ha lasciato solo una sede amministrativa perché già nel 1999 gli stabilimenti di Casto («gli unici da lui realizzati») e quello di Sarezzo sono stati venduti a un gruppo veneto, nel tentativo di fronteggiare un indebitamento vicino ai due miliardi di euro, ormai pari al fatturato. Uomo di finanza più che vero imprenditore, con le mani in pasta nel sistema bancario e in Mediobanca (da cui è uscito sconfitto), e con le giuste entrature politiche, Lucchini è stato un grande beneficiato dalle partecipazioni statali, che in pratica gli hanno regalato un bel pezzo della siderurgia italiana. Ma di fronte all’internazionalizzazione dei mercati, pur avendo acquisito alcuni stabilimenti in Europa, Lucchini non ha retto e sono arrivati i russi.

Questo capitalismo italiano, alla prova dei fatti è inabile e perdente: «querulo», ha scritto Scalfari, e tale che «di solito si vendica con i deboli e si piega dinanzi ai più forti». Le coordinate che ne hanno guidato il cammino, soprattutto a partire dai favolosi anni Ottanta, quelli della «Milano da bere» e di Bettino Craxi), la finanza uber alles – pronto incasso senza strategie – e l’aggressione al salario e ai diritti dei lavoratori, lo hanno portato in un vicolo cieco. Certo è, come mi fanno notare qui a Brescia, che con la privatizzazione di interi comparti dell’industria il capitalismo di casa nostra ha avuto una grande opportunità per dimostrare quanto vale. Non è stato in grado di sfruttarla e ha reso di pubblico dominio che sicuramente vale poco, spingendo verso il declino l’economia e la società. La sfida, dunque, non è di poco conto. Anche perché il capitalismo italiano ha avuto sempre bisogno della mano pubblica nei passaggi decisivi: l’unificazione nazionale, la prima guerra mondiale, la crisi del 29-33, la ripresa del secondo dopoguerra. L’intreccio di pubblico e privato è stato assai stretto nella nostra storia. E oggi che il dogma della superiorità del privato sta andando in pezzi, non sarebbe il caso di pensare a forme nuove e inedite di presenza del pubblico nell’economia e nella società, per far avanzare una diversa qualità dello sviluppo? Il nodo è politico. Vedi – mi fanno notare sia Griotti che Zucchini – noi siderurgici sul salario riusciamo ancora a tenere grazie all’alto livello della contrattazione aziendale. Rispetto a un metalmeccanico che porta a casa intorno ai mille euro (all’Iveco ancora meno), il nostro salario è buono, circa 1500 euro al quinto livello, più i premi. Ma lavoriamo il sabato e la domenica, il giorno e la notte. Riusciamo anche a far assumere gli interinali, abbiamo ottimi rapporti con gli extracomunitari (pakistani, marocchini, egiziani), che seguono molto, partecipano e si tengono informati. Politicamente però pesiamo poco. Per dirla in breve, il sindacato è forte e la politica debole. Aggiunge Cavedo: «Dagli anni Ottanta in poi gli operai e i lavoratori non si sentono più tutelati. Anzi, si sono sentiti sempre penalizzati. L’effetto è il rigetto della politica, il qualunquismo, il leghismo. Sul terreno sindacale vedono i risultati. La politica invece la sentono lontana, non interessa… Del resto, qui l’unica fonte d’informazione per i lavoratori è il sindacato. E poi – lasciamelo dire – avere due partiti comunisti in Italia, prima che complicato è ridicolo».

Se Lucchini è stato un precursore, sia come «tagliatore di teste» che come assertore del potere assoluto dell’impresa sui lavoratori, sostenendo che gli investimenti li faceva in scioperi e innescando vertenze clamorose su diritti elementari con lo scopo dichiarato di distruggere la Fiom, alla fine si deve constatare che lui è nella polvere e il sindacato in piedi. Una vicenda istruttiva, su cui è opportuno che molti riflettano anche nel centro-sinistra, e un punto di forza da cui muovere.Qui si rendono conto che non basta difendere tenacemente trincea per trincea, fabbrica per fabbrica, categoria per categoria le conquiste ottenute di fronte a sconvolgimenti globali che scalzano la democrazia, alimentando al tempo stesso degenerazioni devoluzioniste e chiusure corporative. Il territorio, in questa visione, diventa il punto focale dell’azione e la Camera del lavoro l’attore che tiene sì il terreno contrattuale, ma anche quello sociale e culturale. «Noi ci stiamo provando», mi dice Dino Greco, segretario della Camera del lavoro. «E questo è anche un modo per riempire di contenuti la politica».

Ecco allora le piattaforme che rivendicano per i nuovi assunti il tempo indeterminato, e il rapporto organico con i lavoratori stranieri sostenuti nelle battaglie per la regolarizzazione e per la piena cittadinanza. Ecco, su un altro terreno, il viaggio della memoria ad Auschwitz con 700 studenti e insegnanti, e il convegno su «La Rsi, la repubblica voluta da Hitler». Ma – aggiunge Greco – per dare organicità al nostro discorso è necessario soprattutto costruire nel territorio vere e proprie piattaforme sociali che chiamino in causa imprese e istituzioni su precisi obiettivi, riqualificando la funzione del pubblico. E’ lo strumento che il sindacato ha per far avanzare «un’idea forte di bene comune, capace di aggregare non solo gli operai e le innumerevoli figure del lavoro dipendente ma anche masse estese di cittadini e di forze intellettuali oggi demotivate e rinchiuse in se stesse».

(2, continua)