Brasile, Lula batte ogni record

Adesso che è finita bene e domenica Lula da Silva è stato rieletto a valanga (61% a 39%) presidente del Brasile, bisogna dire che il ballottaggio è stata una fortuna.
Una fortuna perché non aver vinto subito, il primo ottobre scorso, ed essere stato costretto allo spareggio con Geraldo Alckmin è stato uno schiaffo d’ammonimento ben dato da parte dell’opinione pubblica brasiliana. Ma una fortuna ancor più grande perché nel mese di durata del secondo round Lula ha dovuto recuperare una campagna elettorale e impegni post-elettorali ben più connotati a sinistra di quanto non avesse fatto in vista del primo ottobre, quando la partita era stata giocata tutta sul tema scottante della corruzione governativa dal lato della destra e della sua stampa (cioè in pratica tutta), a cui Lula aveva risposta solo in modo difensivo (e a volte rabbioso) centrando il suo discorso prevalentemente sui quattro anni passati e sui successi ottenuti – stabilità economica, caduta dell’inflazione a livelli da Primo mondo (per quest’anno è attesa una riduzione al 3%) e aggressiva politica d’attacco alla povertà più estrema che ha cominciato a cambiare la vita di 50-60 milioni dei 185 milioni di brasiliani e che gli è valso un plebiscito dei poveri nel voto dell’1 e del 29.
Una campagna che ha recuperato alcuni dei temi propri di Lula – e disattesi sull’altare dell’ortodossia economica e del continuismo neo-liberista -: non solo lotta alla povertà e alla scandalose diseguaglianze, ma – finalmente, dopo 4 anni di rigore e e austerità – lo sviluppo economico. Uno sviluppo che c’è stato ma che è stato troppo debole e fiacco per innescare la crescita sostenuta di cui il grande paese ha bisogno. Domenica sera, a caldo, Lula ha parlato di «momento magico» e ha detto che nei prossimi 4 anni «continueremo a governare per tutti, però presteremo attenzione prima di tutto ai più bisognosi: i poveri avranno la preferenza, nel nostro governo».
Il «rischio Alckmin», ossia in sostanza la ripresa delle privatizzazioni sfuggite all’ondata di Cardoso negli anni ’90 e le politiche sanguinose di aggiustamento strutturale con cui il candidato del Psdb, la «socialdemocrazia» neo-liberista, (e dell’Opus Dei) era identificato, ha funzionato benissimo come antidoto e quel che sembrava un match difficilissimo dopo lo schiaffo del primo turno si è dimostrato una passeggiata trionfale. Da cui Lula è uscito rinforzato molto al di là dei numeri – pure eclatanti – e da cui l’opposizione, al contrario, si è vista sbarrare (a meno di novità clamorose) le tentazioni di andare a «un terzo turno» giudiziario contro il presidente rieletto. L’economia che marcia e il carisma ritrovato hanno decretato il trionfo di Lula.
Che domenica ha battuto ogni record. Più di 20 milioni di voti di differenza (58 contro 37); Lula 12 milioni in più del primo turno e Alckmin 2 milioni di voti in meno; Lula 5.6 milioni di voti in più che nel ballottaggio del 2002 contro il «socialdemocratico» José Serra e la più alta votazione mai registrata da un presidente eletto del Brasile.
Lula non solo è riuscito a fare il pieno di quel 10% di delusi di sinistra che un mese fa avevano votato per i due ex del Pt, Heloisa Helena e Cristovam Buarque (entrambi comtrari a votare per lui nel ballottaggio), ma è andato a pescare anche nell’elettorato che allora aveva votato per Alckmin. Ha riconfermato e autmentato il voto-record nel povero nord-est (77.1% a 22.8%); ha recuperato nel sud (passando dal 34 al 46%); ha rovesciato il risultato nel sud-est e nel centro-ovest, il maggior collegio elettorale del paese (56.9 a 43.1% quando un mese addietro Alckmin aveva vinto 45.2 contro il 43.2%).
La crescita, dopo «aver rimesso in ordine la casa dalla disastrosa eredità» lasciata da Cardoso, una crescita annunciata nel 5% l’anno; i poveri e le diseguaglianze; il Mercosud e l’integrazione latino-americana (di cui ha portato come esempio gli accordi firmati sabato fra il governo boliviano di Evo Morales e la Petrobras sugli idrocarburi nazionalizzati): questi gli assi su cui Lula dice che si muoverà. «L’era Palocci è finita», ha detto, forse un po’ imprudentemente, il ministro per i rapporti istituzionali Tarso Genro subito dopo la vittoria. Si vedrà presto se è stato un eccesso di euforia, come sperano in molti, o se è davvero arrivato il tempo del «desenvolvimentismo» e della crescita.