Brancaccio: «La sinistra superi la logica della rassegnazione»

Insomma, tu dici che non c’è un’analisi anti-capitalista perché in troppi si sarebbero rassegnati di fronte alla capacità del capitale di raccogliere consensi. Ma è davvero ineluttabile questo consenso intorno al capitale?
Io credo che questa visione “rassegnata”, così diffusa all’interno dei gruppi dirigenti della sinistra, non possa essere liquidata sbrigativamente. C’è il rischio altrimenti di cadere nell’errore di Bellofiore, secondo il quale la confusione e l’inazione politica dei giorni nostri dipenderebbero dal fatto che nessuno lo ascolta. Il vero problema è che le cose che possiamo dire io, lui, e molti altri, si scontrano con una rassegnazione che trae linfa dal dato oggettivo di rapporti di forza totalmente sfavorevoli, che rendono agli occhi di molti inutile anche solo immaginare una politica economica alternativa (indipendentemente dall’ordine di priorità che le vogliamo assegnare). A mio avviso, allora, l’esigenza non è semplicemente di mettersi a tavolino e di redigere una valida analisi e un bel programma. Quello è senz’altro necessario, ma la verità è che non faremo un passo se non ci concentriamo sul solo punto debole nella visione dei “rassegnati”, l’unico che potrebbe forse permetterci di recuperare la sollecitazione di Rossanda sull’anti-capitalismo. Il punto debole dei rassegnati è che essi si stanno abituando a non vedere più la crisi, anche quando questa passa sotto i loro occhi. I rassegnati sembrano cioè incapaci ormai di fare l’unica cosa che spetterebbe ad una forza credibilmente anti-capitalista: cercare di anticipare le crisi di sistema per sfruttarle, per guadagnare consenso.

Tu scommetti dunque su una crisi economica dalle nostre parti?
Non vorrei esser scambiato per un crollista dell’ultima ora. Ma in effetti sì, ritengo che nell’arco dei prossimi anni una crisi nell’area dell’euro sia probabile. La ragione è che l’Unione monetaria, per stabilizzarsi, esigerà ancora molti sacrifici dai lavoratori, e l’Italia potrebbe rappresentare uno dei suoi anelli deboli. A questo riguardo, alcuni giorni fa ( Liberazione , 11 luglio) ho scritto un articolo nel quale denunciavo il pericolo di una crisi commerciale analoga a quella del 1992, che come sappiamo comportò uno dei più tremendi arretramenti della sinistra e del movimento sindacale che si ricordino. Senza quella crisi non saremmo mai andati così spediti lungo la linea della compressione del bilancio pubblico e dei salari, delle controriforme di Treu e Biagi e delle scellerate privatizzazioni. Eppure, se vai a riguardare i giornali dell’epoca, vedrai che a sinistra furono quasi tutti colti di sorpresa dall’attacco valutario. Ora, nella sua recente intervista Bellofiore ti ha detto che adesso siamo nell’area euro, e quindi della bilancia commerciale ce ne possiamo disinteressare. Credo che si sbagli. Dati alla mano, nel mio articolo ho sostenuto che un tracollo commerciale potrebbe ripetersi: la bassa produttività del nostro paese genera infatti costi di produzione troppo alti rispetto ai principali paesi competitori, e di conseguenza ci espone a una futura esplosione del deficit con l’estero che si tradurrebbe nel timore di una uscita dell’Italia dall’euro e in una conseguente perdita di fiducia sul valore dei titoli nazionali. Ti prego di notare la sequenza: è la crisi di competitività e quindi dei conti esteri che provoca quella dei conti pubblici e non viceversa, come vorrebbero farci credere i bocconiani e come molti dalle nostre parti si sono erroneamente convinti che sia.

Quale sarebbe l’implicazione politica di questa analisi?
Più che una implicazione, ho avanzato dati alla mano un sospetto politico: che le teste pensanti dei democratici, nostri attuali alleati, stiano puntando consapevolmente alla crisi, poiché sanno che solo attraverso di essa si potrebbe dare il colpo di grazia definitivo alle residue resistenze politiche e sindacali e si potrebbe quindi rendere funzionante il meccanismo di riequilibrio dei conti esteri basato sulla deflazione. Solo disciplinando i lavoratori con la minaccia della crisi, si riuscirebbe cioè a imporre una tale deflazione dei salari unitari e del bilancio pubblico da rimettere in equilibrio la bilancia commerciale. Una deflazione, bada bene, che questa volta potrebbe essere ancora più intensa del 1992. Infatti, i democratici faranno di tutto per non uscire dall’euro e quindi, in assenza del tasso di cambio, l’intero riequilibrio ricadrà sullo schiacciamento della spesa pubblica per ridurre il reddito e le importazioni, e sullo schiacciamento dei salari per aumentare la competitività e le esportazioni. Ed inoltre, oggi c’è deflazione dei salari unitari anche presso i paesi competitori – ad esempio in Germania – e quindi è molto più difficile recuperare il divario di produttività. Di fronte a una simile prospettiva ho allora sostenuto che forse dovremmo chiederci se sia ancora opportuno dare per scontata un’alleanza con soggetti che puntano alla crisi quale definitivo fattore disciplinante dei movimenti di rivendicazione, e se non sia invece meglio aprire fin da adesso una contesa sulla loro catastrofica linea deflazionista. Ora, io non starò certo a lamentarmi del fatto che nessuno, tra i responsabili economici di Rifondazione, si sia preoccupato di verificare la validità della mia previsione; e che, con poche eccezioni, l’ultimo Comitato politico abbia sostanzialmente glissato su una questione così decisiva. Ti confesso però che se questo atteggiamento perdura ci sarà da preoccuparsi, se non altro perché indicherà che la rassegnazione può contribuire ad auto-realizzare le profezie da cui prende le mosse, in un circolo vizioso disperato.

Tu però guardi il problema dal punto di vista dell’Italia collocata in Europa. Rossanda parla però anche di “nuove forme di dominio” e questo ci rimanda ad un’analisi che è stata fatta molte volte sul potere delle multinazionali, sul comando che la finanza globale eserciterebbe sull’economia produttiva e sulle politiche locali. Chi sono oggi i dominus reali che non hanno bisogno di politiche, amicizie, governi, G8?
Questi dominus non esistono. Il capitale si sviluppa sempre attraverso le amicizie, le politiche e i governi. L’idea di un Impero senza testa è un retaggio della prima stagione del movimento di Porto Alegre, nella quale la crisi dello stato-nazione aveva prodotto una fuga verso la massima semplificazione politica. Ci siamo beati troppo a lungo in una concezione naif delle lotte, del tipo: da una parte l’Impero e dall’altra le “moltitudini”, da una parte gli Stati Uniti e dall’altra la “superpotenza” del movimento pacifista. Queste sono soltanto versioni ingenue del vecchio internazionalismo trotskista. La verità è che abbiamo invece a che fare con una situazione quanto mai complessa, nella quale credo ci farebbe più comodo recuperare e aggiornare le vecchie riflessioni di Lenin sulle alleanze di classe, e persino di Mao sulla questione nazionale. Mi rendo conto di dire cose poco “glamour”. Ma personalmente mi rifiuto di contribuire anche io a friggere il cervello dei più giovani con le pseudo-religioni.

Visto che hai toccato l’argomento, in questi anni hai frequentato e contribuito ai movimenti italiani e internazionali. Che idea ti sei fatto della sinistra in movimento? Cosa tenere e cosa buttare dal punto di vista dell’analisi e della lettura economica?
Il movimento è stato un fiore nel deserto, dopo decenni di silenzio. E’ stato banale e semplicistico, ma qualcosa è germogliato, qualcosa di fecondo ci è rimasto. Pur con luci ed ombre, il tuo giornale è un esempio lampante in questo senso. Personalmente non ho compreso alcune scelte editoriali, ad esempio mi sarebbe piaciuta una diversa gestione del dibattito su Cuba e sul Venezuela. Ciò nonostante, dobbiamo riconoscere che Liberazione ha contribuito a selezionare e a sviluppare i temi più promettenti tra le numerose istanze originarie del movimento. Penso ad esempio alla eccezionale visibilità e al nuovo vigore che il giornale ha dato alle rivendicazioni in tema di generi, di identità sessuali e di conflitto familiare. Si tratta di battaglie che io reputo cruciali e che secondo me rappresentano un enorme passo in avanti rispetto alle iniziali, pur degne tematiche di Porto Alegre. A mio avviso, alcuni degli interventi pubblicati dal tuo giornale in tema di conflitto di genere e familiare sono quanto di più modernamente anti-capitalistico – nel senso materialista storico del termine – che si possa rintracciare oggi tra le nuove tematiche della lotta sociale.

Ritieni che proprio sviluppando queste tematiche possa maturare un valido progetto per una sinistra anti-capitalista?
Penso che se decidiamo di innestare questi temi e queste battaglie nel quadro di una impostazione “rassegnata”, in fin dei conti liberale, il meglio che se ne potrà ricavare sarà qualche rispettabile ma fallimentare rivendicazione nel campo dei diritti civili. Fallimentare perchè non verrà mai capita dagli operai, dalle masse popolari, e quindi renderà insanabile la già evidente frattura tra un elettorato storico e uno nuovo potenziale. Ben diverso sarebbe invece il caso se provassimo a recuperare e aggiornare gli studi marxisti sul legame strettissimo tra contraddizioni sociali e contraddizioni familiari. Che poi, sul piano epistemologico più generale, significa ritenere che ci sia ancora molto da indagare sul rapporto tra critica dell’economia politica e psicanalisi. A dimostrazione della cupezza dei tempi, molti compagni storcono nuovamente il naso di fronte al tentativo di recuperare seriamente questi temi, e più in particolare quando si cerca di sollevare il coperchio della famiglia e delle relazioni affettive. Ed invece, in termini uguali e contrari, le destre hanno perfettamente compreso la rilevanza di questi argomenti, e da anni remano nella direzione della blindatura di quel coperchio, attraverso il ripristino del legame tra lo sviluppo del capitale e il recupero dei vecchi valori, tradizionali, identitari e disciplinari. Credo si possa nutrire qualche speranza sulla nostra capacità di contrastare il successo di questa destra montante, soltanto se sapremo tornare ai fondamenti del materialismo storico, per approfondire il concetto di “condizioni materiali dell’esistenza”, per riprendere coscienza del rapporto conflittuale tra riproduzione del profitto e generazione dell’eros, nel senso etimologico del termine. A me pare evidente che in Europa – e forse soprattutto in una Italia soffocata dalla reazione pre-conciliare del Vaticano – questa sia l’unica base sulla quale poter delineare una piattaforma politica al tempo stesso credibile e avvincente, degna di una sinistra anti-capitalista che abbia reali mire egemoniche. Per evitare però che dalle nostre parti questi argomenti si riducano alla solita chiacchiera intellettualistica, per far sì che essi possano concretamente innestarsi nelle contraddizioni materiali del sistema e possano esser compresi dalle grandi masse, è necessario che noi superiamo la logica della “rassegnazione”, e impariamo di nuovo a leggere e ad anticipare la crisi. Ogni nostra incapacità di sfruttare la crisi economica, ogni nostro conseguente arretramento sul piano delle lotte sociali e di genere, restringeranno il campo della conoscenza e della sperimentazione di sé nell’ambito delle relazioni personali, degli affetti. E divideranno l’elettorato tra una grande massa reazionaria e una risibile avanguardia progressista. Questo sarebbe un esito pericolosissimo, sarebbero i prodromi del fascismo.