Braccianti, l’avventura di mettersi in cooperativa

La lunga strada. Dove passa l’emancipazione sociale. Il percorso lastricato di pietre sudore e sangue. Parla di questo, nel suo spoglio linguaggio da ricerca storiografica, il libro di Delfina Tromboni – “A noi la libertà non fa paura”, Il Mulino, pag. 484, euro 34 – che narra l’accidentata, perigliosa, ma anche gloriosa vicenda delle società di mutuo soccorso, delle leghe, delle cooperative agli albori del movimento operaio e contadino, dalla seconda metà dell’Ottocento sino al 1945. Passando attraverso la cruenta fase della nascita e caduta del fascismo.
Uno sguardo in profondità e strettamente circostanziato, in quanto la ricerca riguarda la sola provincia di Ferrara: una realtà parziale, quindi, ma assai ricca e, per così dire, simbolica. Una terra che fu di endemica miseria e nero sfruttamento agrario, ma anche di antico ribellismo sociale, anarchico, antipapalino, socialista.

Guai ai poveri, c’è sempre un Signor Prefetto (o un suo simile, in divisa e non), ben capace di farli stare al loro posto, i poveri: giù in fondo. Coi suoi verbali forbiti e ostili, che valgono come fucilate, contro i “pezzenti”, le “turbe”, la gleba delle campagne e delle classi inferiori.

“Strumento indocile”, “operaio infingardo”, “colono invidioso e di malafede”: così nella sua lodatissima “Statistica della Provincia di Ferrara”, il prefetto Giacinto Scelsi «dipinge gli addetti all’agricoltura nel Ferrarese». Pur anco viziosi e scostumati, secondo quanto illustra dal canto suo il marchese Luigi Tanari, il quale lamenta «un certo lusso che si infiltra anche nelle campagne, ove si diffonde l’abitudine di frequentare bettole, osterie e spacci di liquori», abitudine diffusa tra i giovani coloni e i braccianti particolarmente inclini «a un rilasciamento in genere di costumi».

E’ un quadro da bassifondi della miseria e dello sfruttamento quello che l’autrice tratteggia nelle pagine iniziali, in quegli anni di fine Ottocento, quando «perfino il manicomio ferrarese si riempie più che altrove (e in percentuali superiori ai ricoveri maschili) di ragazze, donne, bambine nemmeno adolescenti, provenienti dalle classi povere delle campagne, in cui i sintomi dell’isteria pellagrosa si mescolano con i segnali di un disagio psichico che spesso appare indotto dal rifiuto dei rapporti sociali vigenti nelle campagne tra le classi come tra i sessi».

Povere matte. Matte povere. Due biografie per tutte, riprodotte alle pagine 18 e 19. «Rosa S. venne ricoverata la prima volta nel 1890. Ha sedici anni, è nubile, al momento del ricovero è dichiarata “attendente alla casa”. E’ sospetta di malattia mentale perché era vivace, aveva smania di ballare, preferiva la compagnia delle ragazze coetanee», il sospetto è che la ragazza sia «stata stregata».

Quanto a «Maria Seconda R., bracciante giornaliera, definita “allegra, amante della compagnia, del coito, del vino e del caffè”, viene ricoverata insieme alla sorella per “mania pellagrosa”».

Guai ai poveri (e alle povere). In nome della legge. C’è sempre un giudice, infatti, pronto, in nome della legge, a filo di codice, a colpire l’incauto o ribelle bracciante. La casistica che offre il libro è illuminante; dice molto, moltissimo sui rapporti di classe. Anche sulla “lotta” di classe.

«L’8 luglio 1898 compare davanti al Tribunale di Ferrara, Sezione Penale, Ermelindo Franchini, anni 27, detenuto nelle carceri della città; l’accusa da cui deve difendersi per citazione direttissima è di istigazione a delinquere per avere in Porotto di Ferrara pubblicamente istigato diverse persone a recarsi, muniti di sacchi e di roncole, nei fondi dove era avvenuta la mietitura a spigolare il frumento, mentre ciò era stato espressamente proibito con ordinanza della R. Prefettura», quel gran delinquente di Ermelindo. Quattro anni prima, nel 1894, mediante stato d’assedio e misure di sicurezza che stroncano con le brutte scioperi e cortei di maestranze che protestano contro la diminuzione dei salari, a Bondeno viene sciolta d’autorità la locale Cooperativa braccianti, accusata di tendere al «sovvertimento sociale, attraverso l’incitamento alla lotta di classe». Alcuni suoi aderenti, che si chiamano «Agnini, Pacchioni e Gulinati vengono processati e condannati ad alcuni mesi di carcere, e bisognerà aspettare il 1896 prima che i braccianti ritentino l’avventura di rimettersi in cooperativa».

Pericolosi sovversivi crescono (nelle leghe e pure nelle cooperative). E’ di per sè un capolavoro – nel merito ma anche nel lessico – il processo intentato nell’aprile 1901 ad un gruppo di giornalieri di Cologna, «condannati a ben 37 giorni di carcere perchè imputati “di incitamento all’odio tra le classi sociali, per avere cantato, il mattino del 9 aprile, nella tenuta Piumana l’Inno dei lavoratori del Turati in modo pericoloso per la pubblica tranquillità”» (sic). E nello stesso anno il pretore di Minerbio condanna un gruppo di braccianti «per avere pubblicamente incitato alla disobbedienza della legge cantando una canzone contenente le frasi: “Evviva la bandiera rossa, avanti tutta alla riscossa, abbasso preti e re”».

La minuziosa ricerca ferrarese contiene e rispecchia tutti i connotati della grande epopea del movimento operaio. Si resiste, si creano con fatica società di mutuo soccorso e circoli socialisti, si fanno scioperi, cortei, si canta (sommo delitto) “bandiera rossa”, si affronta il carcere, si impara a dire no, si muore.

Storie ferraresi, storie “nostre”, storie del nostro Novecento. Non sono riusciti a fermarli, quei braccianti che si facevano portare in carcere per la sfida di cantare “l’Inno del Turati”; nè quelle donne ribelli, in gran parte ragazze, che nel 1901 si facevano denunciare «per la loro pretesa di imporre un aumento della mercede», addirittura «da dieci centesimi a 12 centesimi». Le statistiche ferraresi documentano infatti che, intorno agli anni 1911-12, il movimento operaio e socialista si era dato un robusta, diffusa organizzazione politica, sindacale, sociale. Federazioni di partito, Camere del lavoro, ma anche Circoli, Associazioni culturali e ricreative, Leghe, Mutue, Cooperative, tante Case del Popolo. Per quanto riguarda il Ferrarese, il libro offre un esauriente quadro d’insieme. Da Argenta, in ordine alfabetico fino a Vigarano, passando per i comuni piccoli e grandi (da Bondeno a Cento, Comacchio, Codegoro, Ferrara medesima, Pontelagoscuro, Pontemaggiore): il territorio pullula di iniziative cooperativistiche e solidali. Sono esattamente 78, alcune si chiamano “Fratellanza braccianti”, “Sempre avanti”, “Unione”; molte sono di matrice socialista; altre hanno radici anarchiche. Ma tutte create, sostenute, difese con la fatica, il sudore e le lotte di operai e contadini.

Ci penserà il fascismo a distruggerle. Tutte.

«26 febbraio 1921. Spedizione punitiva di fascisti mascherati a Masi Torello, dove viene invasa e distrutta la Casa del Popolo». Le prime azioni squadristiche del ’21 (altre se ne erano già registrate sul finire del 1920) «portano il segno di Italo Balbo, le cui squadre cominciarono ad entrare in azione sul finire di gennaio».

E’ una cronaca brutale. Comune per comune, Casa del Popolo per Casa del Popolo, è una distruzione sistematica. 8 febbraio 1921, distrutta la Casa del Popolo di Burana; 18 febbraio, incendiata la Casa del Popolo di Dogato; e «il 19 dello stesso mese tocca alla Casa del Popolo di Codrea, dove una folta banda di fascisti sfonda la porta e del collocatore e del capolega, sequestrati, strappati giù dal letto alla presenza della moglie, dei bambini ed altri familiari, costretti a scendere in strada dove vengono selvaggiamente bastonati a sangue e abbandonati». Quando nel ’22 Mussolini sale al governo, gran parte del “lavoro” è compiuto. Occorrono 70 pagine del libro per raccontare delle Camere del lavoro, delle Case del Popolo, delle Cooperative ferraresi saccheggiate e distrutte.

Ma poi sono rinate, come si sa.