Bozzo, un carabiniere nell’Italia delle trame e dei depistaggi

C’è un libro da consigliare caldamente a quelli che arricciano il naso, e a volte impugnano la penna, per negare quel «fondo oscuro, difficilmente penetrabile, dove si muovono gli attori delle varie forme di potere occulto» segnato dalla «collaborazione fra movimenti eversivi e servizi segreti», quel doppio Stato di cui scriveva, inquieto, Norberto Bobbio. Si intitola “Sragione di Stato”, (Bur, euro 9,20), l’ha scritto il giornalista di lungo corso Camillo Arcuri (Giorno, Corriere, l’Espresso). Ruota attorno alla testimonianza del generale dei carabinieri in congedo Nicolò Bozzo, un ufficiale “uso a obbedir tacendo” che fu al fianco di Carlo Alberto Dalla Chiesa negli anni roventi che trascorsero tra il 1973 e il 1982 dentro a un buio tunnel di trame e sanguinosi complotti. Che trovano le loro radici in anni ancora precedenti. Che Bozzo racconta, rivelando storie piccole e grandi, microstorie e grandi scenari. La gavetta del generale in mezzo ai misteri d’Italia comincia presto. Nel 1962 Bozzo è a Torino, tenente in servizio di ordine pubblico dopo gli “incidenti di piazza Statuto”. È la Torino (e l’Italia) di Valletta, una vertenza contrattuale della Fiat tramutatasi in sommossa. Tornato in caserma a ora tarda, gli annunciano che quegli stessi carabinieri, stremati, malconci sarebbero stati di nuovo schierati in piazza. Tenta di contestare l’ordine. «Al che il capitano Giorgio Cappa, me lo ricordo benissimo, mi assicurò che erano arrivati i rinforzi… Strano, non avevo visto nessuna faccia nuova… Aggiunse che non avrei potuto accorgermene in quanto si trattava di persone in abiti civili (…) Allora mi spiegò di essere stato iniziato a certi segreti durante il suo precedente comando, a Lodi: esisteva un’organizzazione parallela, occulta, pronta a entrare in azione per darci manforte. E c’era l’ordine di fornire al momento opportuno le armi a questi volontari in borghese. Il segnale per riconoscerli era un biglietto di mille lire tagliato in due: se il pezzo presentato corrispondeva all’altra metà conservata in busta chiusa nella cassaforte del reparto, si potevano consegnare loro mitra, pistole, munizioni…».
Quegli strani volontari li avremmo conosciuti tanti anni dopo, sotto il nome di “gladiatori”. Perdonati dalla magistratura, ora vogliono la pensione per i servizi resi allo Stato. E Bozzo, che rischiò questa e tante altre volte di trovarsi a servire contemporaneamente i due Stati paralleli è una specie di emblema vivente di una realtà storica che oggi si vorrebbe rimuovere. Diverrà noto (ma solo agli addetti ai lavori, come il generale fuori dal coro, il nemico giurato della loggia P2). Per la prima volta racconta ad Arcuri certe sue istruttive esperienze giovanili. Due anni più tardi gli incidenti di piazza Statuto (1964), trasferiscono improvvisamente il tenente a Milano. È incaricato dal comando di via Moscova di attuare una delle “contromisure” a imprecisati prossimi, “turbamenti dell’ordine pubblico”: obiettivo corso Sempione 27, la sede della Rai. «Si tratta di bloccare gli accessi alla sede impedendo l’ingresso del personale». «Come… chi provvede alle trasmissioni?», ribatte il giovane ufficiale. «Arriveranno altri incaricati da Roma». Troppi tentennamenti. Gli consentono solo di cambiare incarico: Bozzo prenderà così possesso delle camere di sicurezza dell’aeroporto di Linate. Dove – gli spiegano en passant – saranno concentrati gli “enucleandi” (del golpe pianificato dal generale De Lorenzo), uomini da trasferire, poi, nei campi di concentramento di Gladio in Sardegna. Rientrato anche questo golpe – ma meglio sarebbe definirlo “alzamiento”, una minaccia annunciata come un messaggio per spostare a destra l’asse politico – c’è qualcuno che spiega a Bozzo quel che avrebbe dovuto fare in caso di ora X. Un altro ufficiale più tardi gli fa leggere la lista: parlamentari, politici sindacalisti, non certo pericolosi estremisti. C’erano Luciano Lama, Armando Cossutta, Alcide Malagugini. E si chiamava “piano Solo”, perché da sola avrebbe dovuto fare il lavoro sporco proprio l’Arma. Nella quale Bozzo, per via di troppe sue curiosità e preoccupazioni, per effetto del suo rifiuto dello “Stato parallelo” che lavorava ai fianchi la democrazia, compirà una carriera assai tormentata. Che ha una svolta, quasi casuale, un decennio più tardi nell’incontro con Dalla Chiesa. Attorno a quest’ultimo si forma un gruppo coeso di investigatori, una specie di Fbi dotata di grande libertà di azione, votata alla lotta al terrorismo, vincolata soltanto all’obbligo di rimanere nell’ombra, e di attribuire ai comandi territoriali eventuali risultati delle indagini. Siamo negli anni di piombo. Finché dura, sono solo successi. A un certo punto, cominciano le difficoltà. Il reparto speciale viene fatto a spezzatino. Bozzo è sottoposto ad angherie e vere persecuzioni nelle quali spunta anche il nome di Bruno Vespa, che tra le righe di un suo libro alimenta il sospetto (infondato) che il generale abbia passato al Corriere il famoso scoop dell’avviso di garanzia a Berlusconi nel 2004. Tra le sue colpe, che i generali piduisti usciti indenni dalla pubblicazione delle liste di Gelli gli fanno pesare, una certa indagine commissionata da Dalla Chiesa su uno dei depistaggi a margine del caso Moro. «Tutto partì dalle false rivelazioni fatte a Radiomontecarlo da un teste di professione: indicava la casa di campagna di un alto prelato, nel Tortonese, come il luogo dove si riuniva la direzione strategica delle Br, con la presenza del tutto inventata di un noto magistrato, Adolfo Beria d’Argentine. Dalla Chiesa mi incaricò di approfondire quali interessi o intrighi nascondesse una simile bufala. Mi misi al lavoro e arrivai a concludere che si trattasse di una tardiva vendetta su ordinazione: si voleva colpire il giudice in quanto aveva spezzato antichi patti che lo legavano fin al periodo della Resistenza alla rocambolesca figura di Edgardo Sogno che, nei primi anni Settanta, aveva riunito gli esponenti della Franchi, la sua vecchia organizzazione partigiana, per salvare l’Italia dal comunismo con un “golpe patriottico”, ma qualcuno come quel magistrato aveva detto chiaro di non essere disposto a seguirlo». Dalla Chiesa vuol vederci chiaro. E così Bozzo l’accompagna a Roma da Edgardo Sogno: questi pretende un incontro a quattr’occhi. Dura due ore. «Al termine mentre rientravamo in macchina attesi un po’ che Dalla Chiesa mi dicesse qualcosa, poi glielo domandai. La risposta fu tassativa: “Il caso è chiuso. Siamo di fronte a cose che pesano molto più in alto di noi. Non arriveremo mai a nulla…”». Dalla Chiesa è stato mandato a morire a Palermo. Bozzo, emarginato dall’Arma, è l’unico generale dei carabinieri che abbia ottenuto le greche con un complicato ricorso in Tribunale.