«Bossi-Fini peggio delle leggi razziali»

La corte d’appello di Venezia rinvia alla Consulta la norma che impone l’arresto dell’immigrato che non lascia il paese dopo

La legge Bossi-Fini è persino peggiore delle leggi razziali del 1938. A scriverlo nero su bianco è la terza sezione della Corte d’Appello di Venezia, che il 4 ottobre ha emesso un’ordinanza in cui solleva eccezione di costituzionalità su un articolo della legge. E non su una parte «originaria», bensì proprio su quella modificata dal governo dopo la sequela di bocciature sganciate lo scorso anno dalla Consulta. Il caso riguarda un cittadino romeno incappato nelle nuove disposizioni della Bossi-Fini varate nel 2004. Per essere rimasto in Italia senza giustificato motivo dopo aver ricevuto un’espulsione, l’uomo si è beccato otto mesi di carcere.

Storie di ordinaria amministrazione: questo dispone il famoso «tagliandino» del ministro Pisanu. Quando venne approvato quel decreto con cui il governo fu costretto a cambiare una delle leggi più care alla maggioranza le discussioni si concentrarono sulla decisione di affidare ai giudici di pace le convalide delle espulsioni – sottraendole ai magistrati togati. Ma in quel decreto fu infilato un emendamento che introduceva una novità altrettanto eclatante: chi si trattiene in Italia dopo aver subìto un espulsione senza giustificato motivo commette un delitto e non più una contravvenzione. La pena è durissima: si rischia da 1 a 4 anni.

Un inasprimento giudicato «macroscopico» dai giudici veneziani, e contrastante «con i criteri di proporzionalità e ragionevolezza, con il principio di uguaglianza e con il fine rieducativo della pena, principi cardine del nostro sistema», scrive il magistrato Giancarlo Scarpari, estensore dell’ordinanza. Il quale, peraltro, sottolinea che l’intervento legislativo di modifica della Bossi-Fini sembra essere dettato soltanto dalla necessità «di poter continuare ad arrestare e mantenere in carcere il disobbediente dopo che la “mannaia della corte costituzionale” aveva dichiarato illegittima la precedente normativa». Il governo, infatti, non avanzò altre motivazioni che giustificassero la decisione di trasformare l’«inottemperanza» in un vero e proprio delitto, ad esempio l’aumento dell’immigrazione illegale – anzi, il magistrato fa notare che secondo dati elaborati dalla Commissione europea il numero delle effettive espulsioni sembra essere diminuito tra il 2003 e il 2004. Il legislatore, insomma «ha inserito nell’ordinamento un ulteriore elemento di irragionevolezza – sottolinea la Corte – piegando il diritto penale sostanziale alle esigenze di quello processuale e ponendo entrambi a sostegno dell’attività della polizia con un’inversione dei piani e dei ruoli istituzionali di tutta evidenza». I giudici fanno riferimento all’articolo 650 del codice penale, in cui si stabilisce che chiunque non osservi «un provvedimento dato dalla pubblica autorità per ragioni di sciurezza pubblica o di ordine pubblico» può essere punito con la sola ammenda. Ed è a questo punto che Scarpari lancia l’affondo: «E’ significativo – scrive – che neanche il legislatore del 1938 per sanzionare gli stranieri ebrei “inottemperanti” all’ordine di lasciare il paese dopo la promulgazione delle leggi razziali, non si fosse allontanato da questa tradizione, limitandosi a prevedere una nuova ipotesi di contravvenzione, sempre punita con la pena dell’arresto o dell’ammenda». Insomma, almeno sulla carta, neanche in pieno regime fascista e in uno degli atti più rivelatori della natura liberticida della politica mussoliniana veniva previsto il carcere fino a 4 anni per la mancata ottemperanza a un provvedimento della pubblica autorità.

Quella dei giudici di Venezia non è la prima ordinanza che interroga la Consulta sulla decisione di trasformare l’immigrazione clandestina in delitto. All’orizzonte potrebbe profilarsi una nuova stroncatura.