Bortone (Cgil) «Le stanze per l’iniezione? Salvano vite. E’ necessario ripartire dai Sert»

Il Governo punisce chi fuma lo spinello, la Regione Toscana lancia la proposta di istituire una “safe injection room” in ogni Asl: una stanza, cioè, dedicata a tossicodipendenti e alcolizzati, dove questi possano ricevere assistenza e supporto psicologico e dove possono assumere sostanze, fumare e bere senza che nessuno li denunci. Una proposta, presentata dal gruppo dei verdi, che ha animato trasversalmente il dibattito politico diviso tra chi parla di teorie giustificazioniste dagli effetti irreparabili e chi invece la considera una scelta di dignità fuori dalle ipocrisie. A distanza di due giorni dalla grande manifestazione nazionale a Roma promossa dai cartelli antiproibizionisti, ne abbiamo parlato con Giuseppe Bortone, responsabile nazionale per le politiche sulle Droghe per la Cgil.

Qual è il parere della Cgil, sulla proposta “rivoluzionaria” che arriva dalla Toscana?

Non la definirei proprio rivoluzionaria. Sperimentazioni di questo tipo sono già in atto in molti paesi. Addirittura in Svizzera e Olanda è lo stato che somministra le sostanze, in questo modo il fenomeno rimane sotto controllo pubblico. In Spagna e Germania, invece, viene sperimentata la nostra stessa proposta. Ovunque, è stato dimostrato che c’è una naturale tendenza a migliorare, a recuperare il lavoro, ad uscire dalla microcriminalità. Questo spazio può servire a salvare una vita, piuttosto che a perseguitarla e, secondo noi, le vite vanno salvate. Ogni giorno la gente muore per strada per sostanze mal tagliate, per overdose. Anche lo distribuzione di siringhe nel ’93 fu molto discussa, oggi è una pratica diffusa che ha salvato molti giovani.

Dunque riqualificazioni e assunzioni per i Sert?

Nei Sert ci sono buchi di organico gravissimi. Attualmente ci sono 7mila operatori che si occupano di 150 mila persone. Questo vuol dire minare alla base il rapporto di fiducia tra soggetto e operatore, con gravi ricadute sugli esiti positivi della terapia.

Il ministro della Salute ha reso noti i membri della commissione che formerà le tabelle che stabiliranno il confine tra consumo e spaccio. Sono tutti di An. Siamo senza via d’uscita?

Più che commissione parlerei di cartello proibizionista. Su otto tecnici nominati, quattro sono stati indicati dal partito di Fini, e tre vengono direttamente dal ministero di Storace. Questo evidenzia un doppio limite già visto: la tendenza ad agire in modo unilaterale senza dialogo reale con le forze sociali e politiche monopolizzando le decisioni. L’altro è l’ignoranza sugli aspetti sociali della materia: la tossicodipendenza, nella gran parte dei casi, è la cura paradossale di qualche dolore e impone di capire a quale dolore, a quale angoscia, una persona risponde con la droga e si esclude e viene esclusa.

Sabato i cartelli antiproibizionisti hanno dato appuntamento a Roma per una grande manifestazione. La Cgil ci sarà?

E’ una partecipazione necessaria. Dobbiamo rispondere, con decisione al colpo sferrato dal governo con la nuova legge Fini. Come Cgil ci impegneremo nei due appuntamenti: la mattina con il convegno “Abroghiamo la Fini, costruiamo dal basso una nuova politica sulle droghe”. Nel pomeriggio al corteo che si pone tre obiettivi: abrogazione della legge Fini; riscrittura della Jervolino-Vassalli; rilancio dei servizi. Diremo, poi, basta ai clientelismi nel privato sociale; ai figli e figliastri, a quelle comunità legate culturalmente, politicamente economicamente ad una cultura repressiva, oltranzista che vede nel lavoro forzato e nella reclusione la panacea di tutti i mali. Sarà importante tornare alla centralità del pubblico in questa materia.