Boom del precariato: un giovane su quattro non ha lavoro stabile

L’economia italiana mostra “segnali di ripresa congiunturale”, ma senza sprint, mentre il raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica necessita “un attento monitoraggio della spesa”. E’ quanto afferma il Bollettino economico della Banca d’Italia, il primo firmato dal nuovo governatore Mario Draghi. L’istituto centrale sottolinea anche il peggioramento del debito pubblico, tornato a salire dopo 11 anni con un incremento nel 2005 del 2,6% al 106,4% del Pil.

Crescita 2006. Per quanto riguarda l’economia, il Pil 2006, in base alle previsioni di ‘Consensus’, secondo Bankitalia dovrebbe crescere in media d’anno “a un tasso di poco superiore all’1%. Il dato finale, secondo il capo dell’ufficio studi, Salvatore Rossi, potrebbe attestarsi attorno all’1,3%, ma “a patto di non dormirci sopra”. Per farcela infatti il ritmo di sviluppo dovrà tornare già nel trimestre in corso attorno all’1,5% in ragione d’anno, lo 0,3/0,4% su base trimestrale.

Ritardi strutturali. Il bollettino fa notare però che questi numeri ancora non sono sufficienti per superare “il divario di crescita di cui l’economia italiana soffre, non solo rispetto alle aree più dinamiche del mondo, ma anche rispetto agli stessi grandi Paesi, pure attardati nel confronto internazionale”. Un ritardo maturato nell’ultimo decennio e dovuto, secondo l’istituto centrale, “ai nodi strutturali che riducono la capacità del nostro sistema produttivo di trarre beneficio dalle opportunità insite nei nuovi assetti del commercio internazionale e nelle tecnologie innovative”. Lo sviluppo economico italiano negli ultimi dieci anni “ha rallentato sino ad arrestarsi, indipendentemente dallo svolgersi del ciclo mondiale”. Pressante quindi l’invito a mettere in campo “azioni di lunga lena volte a modificare incisivamente la struttura produttiva e l’ambiente regolamentare” in cui gli operatori economici italiani sono chiamati a svolgere la propria attività.

Spesa. “A consuntivo, escludendo le erogazioni per gli interessi e per le prestazioni sociali in denaro, nel 2005 la spesa complessiva è cresciuta di circa il 4% rispetto al 2004”. Con questa parole la Banca d’Italia sancisce il fallimento del tetto del 2% alla spesa pubblica, la regola che l’ex ministro dell’Economia Domenico Siniscalco aveva mutuato dal modello inglese inventato da Gordon Brown. In realtà, come riporta il bollettino, tutte le spese sono salite, tranne quella per interessi: quella della P.A., pari nel 2005 a 687,3 miliardi, è aumentata del 3,1% e il suo peso sul pil dal 48% al 48,5%, quella corrente al netto degli interessi del 3,5% e sul pil di 0,6 punti; le prestazioni sociali in natura, che includono l’assistenza sanitaria, del 4,9%, quelle in denaro sono cresciute del 3%, soprattutto per l’indicizzazione ai prezzi delle pensioni.

Obiettivi a rischio. La Banca d’Italia ricorda poi la promozione ottenuta in Europa dalla Finanziaria 2006. Ma non manca di osservare che esistono “rischi” sulla “realizzazione delle misure di contenimento della spesa, che interessano in misura rilevante le amministrazioni decentrate”. “La piena realizzazione della manovra sulla spesa – osserva ancora il Bollettino – comporta una crescita della componente primaria corrente di circa l’1% rispetto al livello 2005. In termini reali, essa dovrebbe segnare una flessione intorno a un punto percentuale”. Cosa mai avvenuta in passato, con la sola eccezione del 1997.

Famiglie indebitate. L’allarme indebitamento di Bankitalia non riguarda solo il bilancio statale, ma anche l’economia domestica. La propensione delle famiglie italiane a ricorrere all’indebitamento, sottolinea il Bollettino, è infatti quasi raddoppiata in dieci anni. “Nell’ultimo decennio – si legge nel documento – i debiti delle famiglie italiane sono cresciuti a un ritmo elevato, raggiungendo il 30% del Pil nel settembre 2005 (erano il 18% nel 1996)”. Percentuali comunque ancora molto al di sotto degli altri paesi. “Questo valore – fa notare Bankitalia – risulta tuttora contenuto nel confronto con l’area dell’euro e con gli Stati Uniti (56 e 90%, rispettivamente)”.

Boom del precariato. Il bollettino si occupa poi diffusamente dell’occupazione, sottolineando come un lavoratore giovane su quattro è precario, e lo è addirittura uno ogni due ‘fortunati’ che l’anno scorso hanno trovato un impiego. In pratica, il 25% dei giovani con un’età compresa tra i 15 e i 29 anni ha un lavoro con contratto a termine (comprese le collaborazioni e prestazioni di lavoro occasionale) ma la percentuale arriva addirittura al 49,8% in questa fascia d’età tra i neo-assunti, coloro cioè che hanno trovato lavoro negli ultimi 12 mesi. Nel 2004, erano invece il 46,4%.

Occupazione in calo. Complessivamente, rileva Bankitalia, nei primi tre trimestri del 2005 l’incidenza dei rapporti di lavoro a termine sull’occupazione complessiva è stata del 10,8%. Per la prima volta dal 2005, e quindi negli ultimi dieci anni, l’occupazione è in calo, in particolare del -0,4% mentre nel 2004 è rimasta pressocché invariata. Contemporaneamente, il numero di persone occupate è lievemente cresciuto dello 0,2%. La diversità di segno di questi due indicatori deriva “soprattutto da un forte aumento delle posizioni lavorative a orario ridotto e in misura minore – spiegano i tecnici di via Nazionale – dall’accresciuto ricorso alla Cassa integrazione guadagni”.

(16 marzo 2006)