Bonelli: «Ritiro in finanziaria E con Parisi troveremo l’accordo»

«Con Prodi e Parisi troveremo un accordo». Angelo Bonelli, capogruppo dei Verdi alla camera, il primo partito a rilanciare l’ipotesi del ritiro da Kabul dopo il sì alla missione in Libano, è convinto che si possa lasciare l’Afghanistan a partire dal 2007. Nonostante in molti nel governo stiano già pensando alle barricate.

Il ministro della difesa ha detto che «la missione in Libano e quella a Kabul sono distinte». Prodi dice che «oggi non ci sono le condizioni per ridurre le truppe in Afghanistan». Insomma, non pare esistano possibilità di ritiro. Bonelli, come si può raggiungere questo accordo?
Innanzitutto non parliamo di un ritiro immediato. Chiediamo che sia pianificato nella prossima legge finanziaria e pensiamo che il rientro delle truppe possa partire nel 2007. Abbiamo l’obbligo di metterci d’accordo: sono convinto che Parisi e Prodi comprenderanno che il ritiro da Kabul è la strada giusta. Ora ci accingiamo a discutere della finanziaria: credo sia necessario fare delle scelte fondate sulle priorità. E tra le priorità c’è la missione in Libano – che noi abbiamo sempre sostenuto – quindi penso che ritirare i nostri uomini dall’Afghanistan sia possibile. Mi sembra una proposta equilibrata.

Lo dice anche il ministro della giustizia, Clemente Mastella. Se l’aspettava?
Francamente no. E non può che farmi piacere.

Lei dice: il ritiro si discuta all’interno della legge Finanziaria. C’è l’intenzione di sottrarre la missione a un disegno di legge?
I Verdi hanno chiesto un vertice, perché la questione sia affrontata all’interno della legge finanziaria.

Per ora vi seguono solo Mastella e Rifondazione.
Posso assicurarvi che anche esponenti dei Ds e della Margherita stanno riflettendo sulla necessità di lasciare Kabul. La missione in Libano è estremamente impegnativa. Si tratta di una grande opportunità storica: potrebbe mettere fine all’unilateralismo degli Stati Uniti che, supportato dalla politica di Berlusconi, ha portato solo distruzione. L’Europa si sta riappropriando di un ruolo e non può fallire perché è in gioco la pace nel Medioriente. In politica estera siamo diventati protagonisti di uno scenario nuovo: se siamo stati capaci di tutto questo, allora possiamo anche abbandonare Kabul. E a maggior ragione, visto che la missione in Libano richiede un impegno forte.

Ipotizziamo che non si giunga all’accordo sul ritiro: in parlamento si moltiplicheranno i «dissidenti»? Aumenteranno i deputati e i senatori che dichiareranno di votare contro il rifinanziamento della missione?
Vorrei evitare di ipotizzare questo scenario. Anche perché, sulla missione in Libano, la maggioranza ha mostrato una coesione totale. Detto questo, per tranquillizzare i cosiddetti «dissidenti», credo che basterebbe applicare la mozione votata dal parlamento.

Cioè?
La mozione ha approvato la nascita di un osservatorio permanente sulle missioni italiane all’estero. In Afghanistan, dove siamo presenti da anni, è in corso una guerra civile: qualcuno dovrebbe spiegarci come è andata per davvero. Queste risposte, da sole, potrebbero già indicarci la strada per lasciare Kabul. E poi resta una domanda stringente.

Quale?
Possiamo permetterci, dal punto di vista finanziario, entrambe le missioni: quella afghana e quella libanese? Credo di no. Bisogna fare una scelta: è una questione di priorità. E la priorità è il Libano, come tutta la questione mediorientale, perché lì c’è un nodo nevralgico dei problemi israelo-palestinesi. Noi lanciamo una proposta. I bombardamenti israeliani in Libano hanno causato danni per 18 milioni di euro: i «grandi» della terra se ne facciano carico. Una sorta di piano Marshall, per la ricostruzione sociale, economica e ambientale.

Si augura anche una missione a Gaza?
Certo. Se la missione in Libano funziona, allora mi sembra giusto che anche a Gaza possa operare una forza internazionale di pace.