Bomboloni all’amianto alla Dalmine-Tenaris

Da un paio d’anni i lavoratori di un reparto della Dalmine-Tenaris sollecitavano controlli. Tranquilli, rispondeva l’azienda, l’amianto non c’è. Mercoledì scorso la sorpresa. I lavoratori hanno trovato un’area del reparto sigillata, avvolta con teloni di plastica. Si sta procedendo alla bonifica. Evidentemente l’amianto c’era. I rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (Rls) non sono stati informato né della presenza dell’amianto, né della bonifica. «Ci sentiamo presi il culo», scrivono in un comunicato firmato anche da Fim, Fiom e Uilm. Ed è il minimo che si possa dire.
L’amianto, bandito all’inizio degli anni Novanta, era di casa nello stabilimento alla porte di Bergamo. «Dove c’è un punto di calore – e in un’acciaieria sono tantissimi – lì c’era l’amianto, usato per isolare e per coibentare», racconta Ferruccio Pagani, delegato della Fiom. La «brutta bestia» s’è infilata sotto i pavimenti e nelle intercapedini. «Sposti qualcosa e continua a venir fuori». Per questo, ogni anno si devono fare un paio di bonifiche alla Dalmine (ribattezzata Tenaris dai padroni argentini, la famiglia Rocca). L’azienda deve presentare il piano di bonifica all’Asl e agli Rls. Questi ultimi sono «figure giuridiche». Informarli e coinvolgerli non è un gesto di cortesia padronale, è un obbligo.
Questa volta l’amianto non è rispuntato casualmente fuori da una fessura. Sta dentro due vecchi forni a pozzo, inutilizzati da decenni, riattiavati nel 2004 per far fronte a una commessa dalla Cina. Il reparto produce bombole per contenere gas, da quelle piccole da sub a quelle enormi da installare sulle navi. Per questo lo chiamano confidenzialemnte reparto «Bomboloni». Quelli ordinati dai cinesi, lunghi più di dieci metri, hanno riportato in auge i due forni a pozzo, profondi una quindicina di metri. «Occhio, questa è roba degli anni Cinquanta», avevano subito fatto notare i sedici lavoratori del reparto e i manutentori che in quei pozzi si devono calare almeno una volta al mese. Avevano chiesto controlli e prelievi. L’azienda aveva lasciato passare un anno e l’8 giugno 2005 aveva esibito i risultati delle analisi fatte dal laboratorio Water e Waste: non si segnala la presenza di amianto né di fibre ceramiche. Quattordici mesi dopo, i lavoratori trovano il reparto impacchettato per la bonifica.
Con tutta evidenza, i tecnici del laboratorio – che sbadati – non erano scesi nei pozzi. Altrimenti avrebbero visto le fascette di amianto che tengono insieme i fili elettrici. Avrebbero fatto dei prelievi nella «camicia» dei forni e trovato polvere di fibre ceramiche. A bonifica avviata, il sindacato non è stato ancora informato né sul numero delle fascette, né sulla concentrazione delle fibre ceramiche. Il comportamento dell’azienda è stato doppiamente stupido, commenta Ferruccio Pagani: «Impossibile tener nascosta una bonifica fatta sotto gli occhi di tutti. La mancata informazione preventiva del sindacato autorizza i sospetti e aumenta le preoccupazione dei lavoratori».
Rsu e Rls della Dalmine hanno presentato un esposto all’Asl e all’Inail. Vogliono vedere le carte, il piano di bonifica e soprattutto vogliono sapere «cosa hanno tirato su dai forni». Visti i precedenti, la «parola» dell’azienda non sarà sufficiente. Per rimettere in funzione i due forni dopo la bonifica lavoratori e manutentori esigono «il bollo di garanzia» dell’Asl. Senza quello, niente bomboloni.