Bombe Usa su Tripoli, cronaca di vent’anni fa

Ogni anno che passa la memoria dell’ing. Munir Shirmit diventa più acuta e accesa. Venti anni fa, nella notte del 15 aprile 1986, diciotto F-111 e altrettanti Tomcat decollati dalle basi americane in Gran Bretagna e dalle navi della Sesta Flotta che stazionano da giorni con le portaerei America e Coral Sea davanti al Golfo della Sirte, bombardano la capitale libica Tripoli e Bengasi, la seconda città del paese e principale centro della Cirenaica. Un inferno di ferro e fuoco cade nel centro delle due grandi e popolose città portando morte e distruzione e colpendo, soprattutto, obiettivi civili. Il bilancio delle vittime è di migliaia di feriti e almeno 100 morti, tra questi la stessa figlia adottiva del leader libico Muhammar Gheddafi, Hana, una bambina di un anno.
Munir Shirmit è il coordinatore delle famiglie delle vittime e, ogni volta, nonostante il tempo passato, non riesce proprio a dimenticare quella notte. Quella notte gli abitanti di Tripoli e Bengasi proprio non se la scordano. Quest’anno, in occasione dell’anniversario tutti gli abitanti della capitale libica l’hanno ricordata con grandi manifestazioni, iniziative e concerti cittadini in memoria delle vittime. Bengasi, più lontana e per ora inavvicinabile, ha altro da pensare: deve ricordare le vittime della rivolta antitaliana più recente innescata dal ministro razzista Calderoli. Per non dimenticare il 15 aprile 1986, si è svolto a Tripoli in questi giorni un convegno internazionale dove, nella brillante assenza di rappresentanti italiani, tra gli altri l’ex ministro degli esteri francese Roland Dumas ha ricordato come quelle frenetiche ore rappresentarono un duro braccio di ferro all’interno della cosiddetta diplomazia internazionale. Gli Stati uniti da una parte a chiedere piste di atterraggio, rifornimenti e collaborazione militare a Francia e Italia (con Mitterrand presidente e Craxi al governo), e dall’altra Parigi e Roma che la rifiutarono con nettezza. Ma l’Italia venne subito coinvolta. La reazione di Tripoli da tempo promessa dal leader Gheddafi fu immediata: lo stesso 15 aprile una motovedetta libica cannoneggia con un missile – che non colpirà il bersaglio cadendo in mare – una installazione militare americana nell’isola italiana di Lampedusa. Partecipò invece con fervore il governo britannico della signora Thatcher, che autorizzò il Pentagono a usare i cacciabombardieri nelle basi britanniche e che dirà il giorno dopo ai Comuni che il raid aereo Usa «non solo è giustificabile, ma anche essenziale».
L’avvio dell’operazione fu nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1986, ma è avvenuto tutto alla «luce del sole». Così raccontano i diplomatici dell’epoca al convegno. Vera e propria anticipazione delle avventure delle guerre contro l’Iraq del 1990-91 e poi del 2003, ogni cosa cominciò come «esercitazione militare». Fino dal pomeriggio del giorno prima era affluito un insolito numero di aerei cisterna KC 10, tanto che gli osservatori militari europei erano meravigliati da una così vistosa mancanza di precauzioni. Tutti in Europa sapevano dell’attacco nella notte. Forse, così facendo, gli Stati uniti stavano mandando un chiaro messaggio ai consiglieri militari in Libia perché si allontanassero per tempo? Pesante fu la reazione sovietica che vide incrinato lo spirito degli incontri di Ginevra; Michail Gorbaciov annullò l’incontro con il segretario di Stato Shultz. L’Europa e in particolare Francia, Italia e Germania condannarono ma scoprirono la loro scarsa capacità di influire strategicamente nei confronti degli Usa: per due settimane Pernon Walters, inviato del presidente americano Ronald Reagan – le armi di distruzione di massa non esistevano ancora e nemmeno Al-Qaeda – aveva cercato di convincere i leader europei «prove alla mano» (mai mostrate per timore di «scoprire il lavoro di intelligence») del coinvolgimento libico negli ultimi attentati terroristici che aveno colpito l’Europa: il 2 aprile una bomba era esplosa in un aereo della Twa in atterraggio ad Atene uccidendo quattro cittadini americani, il 5 aprile una seconda bomba aveva devastato la discoteca «La Belle» di Berlino ovest, frequentata da militari Usa. Agli alleati europei comunque preoccupati, Pernon Walters assicurò che «gli Stati uniti non avrebbero fatto alcuna ritorsione».
Il bombardamento contro la Libia è l’acme di quella che è stata definita la «sindrome Gheddafi» degli Usa che considerava il leader libico il «terrorista numero uno», e aveva proprio l’obiettivo dichiarato di ucciderlo, come avrebbe rivelato nell’ottobre del 1986 un’inchiesta del Washington Post a firma di Bob Woodward sulla campagna di demonizzazione orchestrata dalla Casa bianca insieme ad alcuni grandi media, tra cui il Wall Street Journal. A dimostrazione che non esistono solo menzogne di guerra, ci sono anche le falsificazioni che la preparano.
Le incursioni contro Tripoli e Bengasi sono almeno tre, durante tredici ore di raid aerei. Dalle distruzioni prodotte si capisce che l’obiettivo dell’incursione americana è la caserma di Al Azizia, all’interno della quale c’è l’abitazione del leader libico Gheddafi. E la caserma, turrita e circondata da un alto muro di cemento, è ancora lì, con la scena del bombardamento intatta. Così la Libia ha voluto conservare tutto: le mura colpite crollate, la polvere dei pavimenti rimasta, gli intonaci divelti e crollati, le scale crollate, le schegge tutt’attorno e da tutte le parti. C’è persino un pezzo di fusoliera di un aereo americano colpito con relativo casco del pilota abbattuto. Fonti libiche avevano annunciato l’abbattimento di tre aerei americani quella notte, uno solo non rientrerà mai alla base, gli altri due gravemente colpiti atterrarono probabilmente nella base navale americana di Rota (Cadice) in Spagna.
Questo accadde il 15 aprile 1986, venti anni fa. Resta da chiedersi, al di là dell’anniversario, perché la Libia senta il bisogno di non dimenticare, ora che Gheddafi è tornato in buoni rapporti con l’America che a sua volta è tornata a sfruttare pienamente il petrolio libico, e che ha acconsentito allo «smantellamento» dei programmi – solo programmi – di armi di distruzione di massa avviato dalla Libia con l’invio di vagoni di carta agli americani nel 2004, subito dopo l’invasione dell’Iraq, e visto che gli Stati uniti tacciono proprio mentre urlano contro l’Iran, sugli accordi per il nucleare civile raggiunti in questi mesi tra Francia e Libia. Certo, i buoni rapporti Usa-Libia si fermano quando si tratta di aggiornare la lista nera dei nemici di Washington: proprio ieri Sean McCormaqk, portavoce del dipartimento di stato americano, ha dichiarato che il governo Usa non intende togliere la Libia dalla lista di stati «patrocinatori o favoreggiatori» del terrorismo: «Ci sono alcuni requisiti – dice Washington – che devono essere realizzati».
Una risposta ce la dà l’ing. Munir Shirmit. «Nella notte i bombardieri nemmeno si vedono – racconta – nemmeno un’ombra. Solo gli effetti, quelli sì. Nel raid ho perduto mia figlia Rasha di 8 anni e 5 persone della mia famiglia tra cui mia madre. Non l’ho dimenticato. Non posso dimenticarlo. Ma vuole sapere davvero perché non posso dimenticarlo? Due anni dopo, il 15 aprile del 1988, ho avuto da mia moglie un altro figlio, Ali, incredibilmente nella stessa ora e nella stessa notte dell’uccisione di Rasha. Così non posso mai davvero festeggiare il compleanno di mio figlio per il dolore che abbiamo per la morte della bambina».
La Libia manda a dire che il passato prossimo non si cancella, ma sarebbe anche pronta a voltare pagina. Così Gheddafi, proprio in questi giorni, prima dell’anniversario del bombardamento americano del 1986 ha voluto ribadire che c’è un’altra strada nei rapporti con l’Occidente, a partire dall’Europa. Dall’Africa, verso la quale ormai si muove con una rinnovata impronta panafricana quasi da portavoce – nonostante i disastri passati in Burkina Faso e attuali in Ciad, dove in queste ore si combatte una feroce guerra civile – ha detto ai governi occidentali e alle multinazionali che «i popoli africani non dovrebbero risparmiare energie per custodire la regione del Sahara, il grande Sahara, ricca di risorse minerali cercate con bramosia dai paesi occidentali, è il deserto dove gli Usai vorrebbero costruire basi militari», ribadendo che «noi non vogliamo regali, noi non chiediamo elemosine, non siamo mendicanti. Vogliamo solo che ci restituiscano quanto ci hanno rubato».
Parole chiare, ora che la promessa della litoranea che va dalla Tunisia all’Egitto, fatta da Berlusconi e Fini in campagna elettorale, non può restare inascoltata da Romano Prodi. A prescindere dal nuovo terrore xenofobo che alberga nel cuore malato dell’Occidente e, in particolare, dell’Italia pronta, per impedire l’«avanzata» dell’immigrazione disperata di fronte alla miseria del continente africano, a fermare già sul territorio nordafricano quel «pericolo», magari con la «civiltà» dei campi di concentramento – un’abitudine davvero italiana in Libia, fin dal secolo scorso – chiamandoli magari, stavolta, centri d’accoglienza. Dimenticando che la zona di transito che l’immigrazione ha da decenni nel territorio libico è essa stessa una fonte di ricchezza e di civiltà, oltre che di stabilità per la Libia.