Bombardati i ponti, interrotta la via degli aiuti

Il ponte di Maameltein, appena a nord di Beirut, è interrotto da un gigantesco cratere. Più a nord, un altro ponte è crollato nella valle che scavalcava. Altri due ponti sono stati colpiti ancora più sù: bombardata dall’aviazione israeliana nella notte tra giovedì e venerdì, la strada costiera che collega la capitale libanese al confine con la Siria a nord è ormai impraticabile. E con quella strada, hanno detto ieri i rappresentanti delle Nazioni unite, è tagliato il «cordone ombelicale» che garantiva l’arrivo di aiuti umanitari ai libanesi.
«L’intera strada è andata: è un vero colpo, era la via che usavamo per portare il materiali nel paese», ha avvertito Astrid van Genderen Stort, addetta stampa dell’Acnur (il Commissariato dell’Onu per i rifugiati). Ieri un convoglio di otto camion che portava 150 tonnellate di viveri e materiali di prima necessità è rimasto bloccato, senza poter raggiungere Beirut (da cui le agenzie dell’Onu smistano gli aiuti anche verso il sud): e non sarà facile trovare una via alternativa.
Per fortuna, dicono gli operatori dell’Onu, qualcosa arriva via mare e in aereo: 10 tonnellate di tende e materiali per costruire ripari, inviati dalla Cina, sono arrivate in aereo dalla Giordania. Un altro cargo aereo è atterrato a Beirut ieri proveniente da Brindisi, un C-130 con materiale inviato dal Portogallo: lo stesso aereo prevede altri voli la settimana prossima. «Grazie a dio, ora che la via di rifornimenti da nord è interrotta questo è essenziale. Ma è ancora una goccia nel mare», ha commentato un portavoce del Programma alimentare mondiale (Pam), Robin Lodge.
I «corridoi umanitari» per la popolazione civile libanese restano dunque un concetto incerto. Non solo è difficile far arrivare a Beirut i viveri e materiali necessari, ma è difficile poi distribuirli alla popolazione, a quanto dicono le organizzazioni umanitarie dell’Onu. Si contano tra 800mila e un milione di sfollati, di cui 150mila fuggiti in Siria. Poi ci sono le persone rimaste bloccate nei propri villaggi in zone di conflitto. La situazione peggiore resta quella del sud. Il Pam ieri ha dovuto annullare due convogli programmati per Tiro e Rashidiyeh, dopo i pesanti bombardamenti israeliani nel sud di Beirut che hanno impedito ai camionisti di raggiungere il porto . E’ partito un terzo convoglio per Jezzine, nel sud: portava cibo, acqua e materiali sanitari.
L’Unicef comunica di aver cominciato ieri a vaccinare decine di migliaia di bambini libanesi per prevenire esplosioni di morbillo e di poliomielite. Ma anche solo raggiungere le persone sfollate a Beirut è diventato difficile, con i bombardamenti che continuano. Per motivi di sicurezza ieri l’Acnur ha dovuto rinunciare a un sopralluogo in Beirut e dintorni per verificare la situazione e i bisogni d’assistenza a almeno 400mila persone che attualmente sono riparate presso famiglie ospiti o in scuole e parchi pubblici.
Anche il mare ormai è una via di comunicazione incerta. Qualcosa arriva: ieri è arrivata nel porto di Beirut la Rainbow Warrior, nave di Greenpeace, con 40 tonnellate di materiale per Médecins sans Frontières. Il giorno prima era arrivata una nave con materiale di UsAid, l’agenzia di aiuti del governo Usa. Non arrivano invece navi cisterna di carburante, che in Libano comincia a scarseggiare: le agenzie dell’Onu dicono che tra poco non potranno far viaggiare i convogli per mancanza di benzina. Due navi cisterna, a cui Israele aveva concesso il passaggio attraverso il proprio blocco navale, non si sono mosse: gli armatori hanno giudicato che la garanzia di sicurezza non fosse sufficente.