Bologna, vita in baracca e fatica al palazzo

Bologna non li vuole vedere. Devono andare via, più lontano possibile, perché la città ha paura. «Per avere libertà bisogna rispettare la legalità» dice il procuratore capo di Bologna, Enrico Di Nicola, quando qualcuno gli chiede delle proteste contro lo sgombero sul Lungoreno. Poi però, quando si rompe un tubo nel tribunale di Bologna, ad aggiustarlo ci va un baraccato. «E’ stato più o meno un anno fa – racconta Suraj, 29 anni – si era rotto un tubo e hanno chiamato noi. Non per l’idraulica, ma per rompere il muro e poi richiuderlo. Era un ufficio al primo piano del palazzo del tribunale vecchio, credo. Il signor P. ha preso il lavoro in subappalto e ha mandato me. Ci ho messo un paio di giorni e mentre stavo lì a un certo punto mi sono seduto sulla sedia del giudice. Solo un minuto, tanto per vedere com’era. Comoda». Suraj ha lavorato per due anni senza permesso di soggiorno e senza contratto. Nemmeno in tribunale – il luogo della Legalità per eccellenza, quella che il sindaco Cofferati voleva ristabilire distruggendo la baracca accogliente in cui Suraj e la moglie offrivano caffè scuro a chi voleva sapere la loro storia – qualcuno gli ha chiesto chi fosse. L’unico che sa la verità è quel signor P. per cui ha lavorato tante volte e a cui tante volte ha chiesto una mano per rientrare nei «flussi» previsti dalla Bossi-Fini. E non ne sa niente la ditta per cui Suraj dice di aver lavorato in subbappalto, la Manutencoop. «Conosciamo l’imprenditore, non ci risulta che abbia lavoratori in nero o clandestini. Se così fosse il nostro rapporto di lavoro si interromperebbe. Comunque in questi posti lavorano anche altre aziende, non è detto che sia un nostro appalto» rispondono dalla cooperativa, 8000 soci in tutta Italia di cui 1400 stranieri, un pezzo grosso della Lega delle cooperative.

Quando la settimana scorsa sono arrivati i trattori mandati dalla polizia con il placet del sindaco Cofferati, Suraj non c’era. Era corso a casa in Romania perché i figli, lasciati con la nonna, stavano male. La sua baracca è sparita, ma se ci torni, capita di incontrarci Johan, suo fratello, un anno di meno e sempre quattro figli da mantenere in Romania. Anche la sua casa è stata buttata giù dai trattori del comune, però di andar via non se ne parla, meglio piuttosto cercare un posto sicuro dove costruirne una nuova: «Rimanere qui sarà sempre meglio di tornare in Romania dove non c’è lavoro e ora, con le alluvioni, credo non ci sia più neppure casa mia». Anche Johan lavora per Bologna. La stessa città che scrive al sindaco «tieni duro» quando qualcuno protesta contro gli sgomberi. Forse addirittura gli stessi anziani di via della Birra, riuniti in comitato per cacciare i rumeni dal «loro» fiume, potrebbero aver vissuto un po’ meglio grazie a lui. Sette mesi fa l’hanno chiamato dal Bellaria, l’ospedale di eccellenza di Bologna, quello famoso in tutta Italia per gli interventi di neurologia. Si era rotto l’impianto di aria condizionata e il signor S. l’ha chiamato per rompere e richiudere un altro muro. Johan ha ventott’anni, quattro passati a lavorare a Bologna, sempre per ditte piccole, tutte, ma proprio tutte, gestite da bolognesi. Il signor P., quello del tribunale, il signor S. e poi quelli che si fanno chiamare per nome G. e S.. Cercarli per chiedere cosa pensano significa rischiare di far perdere il lavoro a Johan. Ma i nomi che fa coincidono tutti: sono «artigiani», qualcuno anche stimato.

Il caporalato sulle rive del Reno è una realtà quotidiana. Persino noi, un paio di giorni fa, quando siamo andati a cercare quante baracche fossero rimaste sulle rive del fiume, ne abbiamo incontrato uno. Diceva di chiamarsi Sergio Gazzara e di voler dare «una mano» ai baraccati: «C’è un mio amico che può dargli da lavorare, una casa e tutto. Magari lavorano 10 ore e gliene pagano sette, ma quando uno ha bisogno…». Verrebbe voglia di portar qui il signor Romano Cremonini, 73 anni, un fratello ammazzato dai nazisti durante la resistenza e i genitori che negli anni `50 facevano avanti e indietro con la Germania. Ora lui vive nel quartiere del Lungoreno, in via Angelo Piò, ed è uno di quelli che appena si parla dei rumeni si mette a urlare: «Lavorano? Ma dove? Dove? Forse ce ne saranno uno o due, ma gli altri?». E invece i caporali ci sono. La Fillea-Cgil, il sindacato degli edili, ne ha denunciati tanti. Arrivano con i pulmini, li vengono a prendere la mattina presto, verso le 6.30 e li riportano a casa la sera. «Ormai l’appuntamento cambia giorno per giorno perché sanno che li seguiamo e raccogliamo le denunce», racconta il segretario del sindacato, Valentino Minarelli.

Per i rumeni del Lungoreno il miraggio sarebbe avere un permesso di soggiorno. Che poi vuol dire lavoro fisso e magari una casa. Il pezzo di movimento bolognese che due anni fa aveva aperto loro le porte del Ferrohotel, sgomberato in primavera, aveva pensato ad un progetto di emersione che sfruttasse l’articolo 18 della Bossi-Fini, quello che permette alle prostitute di mettersi in regola se denunciano il loro sfruttatore. «Avevamo chiesto al comune di fare da mediatore per evitare che gli immigrati potessero essere arrestati durante la regolarizzazione», racconta Domenico Perrotta, che ai clandestini dedica anche la sua ricerca di dottorato. Cofferati ha sempre rifiutato e due giorni fa ha ribadito: «Aprirò un percorso se gli immigrati si presenteranno da me di persona. Non posso accettare la mediazione di avvocati o altro». Forse, sotto sotto, questa cosa della rappresentanza dei lavoratori non l’ha mai convinto.