Bolivia, la tortura nelle celle gelide di Chonchocoro

La tortura, nella dimenticata Bolivia, viene associata ai feroci anni della dittatura. Ma non è così.
Due testimonianze, raccolte a La Paz, delineano più approfonditamente l’entità del fenomeno. La prima è di chi la tortura l’ha subita e tuttora ne è vittima, il colombiano Francisco Pacho Cortés. Arrestato nel 2003 per presunti atti di terrorismo e sollevazione armata è detenuto agli arresti domiciliari senza prove né processi.

La seconda è della psicoterapeuta Emma Bolshia Bravo Cladera, fondatrice del primo – e unico – centro di aiuto medico e psicologico per le vittime della tortura in Bolivia, l’Itei (Istituto de Terapìa e Investigaciòn sobra las escuelas de la tortura y la violencia estatal).

Pacho Cortes lo incontriamo nell’unico luogo possibile: la casa-carcere a La Paz dove è detenuto da trenta mesi. Francisco Cortes è un simbolo, la sua vicenda e la coerenza con cui la sta affrontando, una speranza per molti.

Per entrare in casa sua, c’è la fila: rappresentanti di numerose associazioni per i diritti umani fanno quotidianamente la spola per portargli cibo e generi di prima necessità. Molti invece, vengono da Pacho non per dare ma per chiedere aiuto. Ci facciamo spazio a fatica e veniamo ricevuti in una delle due piccole stanze che sono la sua casa, il suo ufficio e – da due anni e mezzo a questa parte – tutto il suo mondo.

«Nelle nostre vene scorre sangue di povero». Ci accoglie così. Lui, contadino, divenuto leader del movimento campesino colombiano, è un punto di riferimento dei movimenti sociali del Sud America. Lotta contro le multinazionali che inquinano con coltivazioni transgeniche il terreno dei contadini – la statunitense Dynncorp, ad esempio – contro il Plan Colombia. Diviene punto di unione fra i movimenti contadini ed indigeni, si mette affianco ai cocaleros del Chapare. E’ qui che diviene il perfetto capro espiatorio nel quadro della politica di repressione del movimento dei i coltivatori di coca. Con l’appoggio dell’ambasciata degli Stati Uniti scatta nell’aprile del 2003 la tenaglia: Pacho diventa ricercato come il cervello di una cospirazione narcoterrorista internazionale, è una spia, un terrorista. Una mattina, mentre era in visita in Bolivia – c’era già stato altre volte per partecipare ad alcuni congressi, questa volta cercava riparo con la sua famiglia dai continui attentati delle bande paramilitari – viene arrestato in un’operazione congiunta di Dea, Fbi, Cia, insieme ai due attivisti Claudio Ramírez de Los Yungas e Carmelo Peñaranda e a due minorenni: picchiato, legato, incappucciato, viene tradotto nel carcere di massima sicurezza di Chonchocoro di El Alto, 4100 metri di altitudine. Inizia il calvario. A Chonchocoro sta dieci mesi. Fa freddo. Gli fanno da guardia decine di rottweiler. Lui non sa nemmeno di cosa è accusato. Il primo incontro con un avvocato avverrà dopo mesi. Lo avvelenano. S’ammala. Contro di lui nessuna prova. La vicenda di Pacho continua fra carceri e detenzioni, fino agli arresti domiciliari. Ci racconta che non ha soldi e l’inverno, in quel buco di casa che deve dividere con due poliziotti 24 ore al giorno – si gela. Non può comunicare con il resto del mondo se non sporadicamente, la sua famiglia – moglie e due figli di 14 e 19 anni che stanno in Brasile – la sente una volta al mese e non la vede da trenta. Aspettano solo che prepari una fuga – non gli sarebbe impossibile – per poterlo finalmente incriminare di qualcosa. Ma lui resiste. «Sono passato dalle torture fisiche – – a quelle psicologiche e morali: ho diritto di mangiare, lavorare, studiare. Di cure mediche. Non ho nulla di tutto questo». Non ha grandi speranze per le prossime elezioni: «E’ il sistema boliviano – corrotto e dipendente dagli Stati uniti – che deve cambiare» dice.

Nell’elegante della parte ricca di La Paz, la dottoressa Emma Bolshia Bravo Cladera ci riceve sorridente. Lei, con un passato di esilio e persecuzione politica, è tornata in Bolivia dopo decenni di fuga tra Chile, Venezuela e Svizzera. Con il marito ha deciso di fondare l’Itei nel 2001. Fornisce assistenza medica – anche di pronto soccorso – e soprattutto psicologica. «Non è stato facile, all’inizio, superare la diffidenza della gente – racconta – i boliviani sono un popolo orgoglioso e machista. Nessuno parla delle torture subite con facilità». Un lungo lavoro per conquistare la fiducia della povera gente – chi viene al centro sono ovviamente campesinos, minatori, anziani reduci degli scontri della marcia della sopravvivenza dell’88 che ancora oggi hanno problemi per le torture subite allora, e intere famiglie vittime della guerra del gas del 2003, partecipanti ai blocchi stradali di questi mesi – e superare le difficoltà delle istituzioni. Oggi l’Itei ha migliaia di pazienti, un altro centro a El Alto (sobborgo di La Paz), due medici, un fisioterapista, uno psicoterapeuta. «Ricordo il febbraio del 2003 – racconta Emma – non eravamo preparati, e quando la guerriglia urbana si scatenò, non sapevamo come far fronte all’emergenza. Centinaia di persone venivano incarcerate e torturate, ma sui registi dei penitenziari comparivano come feriti».

Emma e i suoi collaboratori sanno di essere controllati. Ma si appoggiano ad organismi internazionali – dal Fondo monetario delle Nazioni unite per le vittime della tortura, all’Unione europea, che però ha recentemente chiuso il rubinetto dei finanziamenti.