Bolivia, esplode la nuova rivolta del gas

A poche settimane dall’insurrezione del vicino Ecuador che ha costretto l’ex presidente Gutierrez alla fuga, a La Paz tornano le barricate. Il fuoco sotto la cenere della crisi aperta dalla richiesta di nazionalizzazione degli idrocarburi non si è mai spento dall’autunno 2003

Quando, nell’ottobre del 2003, fu chiamato a sostituire il presidente Sanchez de Lozada travolto da una rivolta popolare costata settanta morti, l’allora vicepresidente Carlos Mesa (di mestiere giornalista) accettò l’incarico promettendo un referendum sulla più spinosa delle questioni boliviane: la proprietà degli idrocarburi, unica enorme ricchezza del poverissimo Paese andino.
Non convocò le elezioni richieste dalla piazza. Non corresse la politica economica del suo predecessore. Non cambiò una virgola nei contratti con cui Repsol, British petroleum, Total e Shell da decenni si assicurano la commercializzazione del gas boliviano versando pochi spiccioli nelle casse dello Stato. Si limitò a promettere che la nazionalizzazione dei giacimenti, chiesta dagli insorti, sarebbe stata sottoposta al voto popolare. Il referendum qualche mese dopo lo ha convocato, ma su questioni marginali. Nei quesiti scritti con la consulenza di giuristi messi a disposizione dalla Total, della domanda di nazionalizzazione del gas non c’era neanche l’ombra.

Oggi si trova, esattamente come de Lozada due anni fa, prigioniero nel palazzo presidenziale assediato dalla folla armata di bastoni che ne chiede le immediate dimissioni. Organizzazioni indigene e movimenti contadini capeggiati dalla Cub, la centrale sindacale con la tradizione di lotta più radicale del continente, giurano che non si muoveranno dalle strade di La Paz finché non avranno ottenuto un’assemblea costituente. Plaza Murillo, la piazza politica della capitale, è presidiata da polizia in assetto antisommossa. Il Parlamento è stato evacuato, la Cob chiede che sia chiuso «perché inutile al bene del popolo». Colonne di persone continuano a scendere dall’altopiano verso La Paz al grido: «Fuori Mesa, il gas è di tutti».

A poche settimane dall’insurrezione del vicino Ecuador che ha costretto l’ex presidente Gutierrez alla fuga, in Bolivia esplode una nuova rivolta. Il fuoco sotto la cenere della crisi, in realtà, non si è mai spento dall’autunno 2003. El Alto, l’enorme sobborgo di La Paz epicentro delle proteste, è rimasto per mesi sull’orlo dell’insurrezione. La Cub non ha mai concordato compromessi con il governo e i minatori del sud, che si rivelarono determinanti nell’esito della rivolta di due anni fa, non hanno mai smesso di minacciare una nuova marcia su La Paz con carovane di stracci e dinamite.

Ad accendere la nuova scintilla è stata l’immobilità mostrata dal presidente di fronte alla legge sugli idrocarburi, pacchetto di norme che ratifica la svendita dei giacimenti alle grandi imprese del petrolio. Dopo lunghe mediazioni interne il movimento indigeno e i sindacati si sono accordati sul chiedere alle multinazionali perlomeno il pagamento di royalities del 50%. Il presidente non vuole salire oltre il 18%. Il tempo per porre il veto alla legge sta per scadere. Mesa ha promesso di intervenire in qualche modo, ma non si è mosso. E ora rischia di pagare, con qualche mese di ritardo, anche il conto per la truffa del referendum sul gas.

La contestatissima consultazione sull’esportazione del gas, voluta dal governo e osteggiata da un ampio fronte di organizzazioni sociali, è stata infatti vinta da chi chiedeva il sì ai piani di export. Dopo dieci giorni dall’apertura delle urne, però, i gruppi radicali che avevano tentato in ogni modo di bloccare il soprannominato il “tramparendum”, la consultazione trappola, hanno inutilmente contestato i risultati del voto. Leader di quella rivolta è stato Felipe Quispe detto “il Condor”, capo della confederazione sindacale unica dei contadini (Csutcb), un agguerrito indio aymara diventato l’incubo del presidente Mesa. Quispe sostiene da allora che la risposta al quesito sulla vendita del gas all’estero non abbia superato la fatidica soglia del 50%. Prove a supporto di quest’accusa non ci sono, ma è innegabile che nel giugno precedente al voto referendario è stata firmata a La Paz una lettera di intenti tra Bolivia e Fondo monetario internazionale con cui il Paese si impegnava a esportare idrocarburi entro l’autunno dando quindi per scontato un esito positivo del referendum. (Il sottosuolo della Bolivia è ricchissimo di gas: 727,2 miliardi di metri cubi stimati nel 2002. Interessate al suo sfruttamento non sono solo le transnazionali a capitale nordamericano, britannico, francese e spagnolo, ma anche le regine latinoamericane del settore. Prima tra tutte Petrobras, l’impresa brasiliana del petrolio che in Bolivia ha investimenti per miliardi di dollari).

Evo Morales, ex candidato alle presidenziali e leader del principale partito d’opposizione (il Movimento al socialismo), è additato dalle organizzazioni indigene radicali come il nemico più insidioso. Gli imputano di aver aiutato il governo a blindare, attraverso la consultazione popolare, un decreto sugli idrocarburi che è la fotocopia di quello disegnato da Sanchez de Lozada nel suo primo mandato presidenziale in cui la quota del ricavo della vendita del gas riconosciuta allo Stato è circa la metà di quanto mediamente riconosciuto al paese fornitore. Di fronte al seguito ottenuto da El Condor anche Morales ha deciso di tornare in piazza a chiedere le dimissioni di Mesa, ma ieri la colonna che marciava con lui in testa è stata a lungo bloccata dalle contestazioni dei gruppi indigeni radicali.