Bolivia, dieci giorni di tregua

Tanti ne ha concessi il movimento indigeno-popolare al nuovo presidente Rodriguez
I minatori lasciano La Paz: «Pronti a tornare» La nomina del presidente della Corte suprema vista come una sconfitta dell’oligarchia e dell’ambasciata Usa. Ma restano i nodi della costituente e della nazionalizzazione del gas. Rodriguez promette elezioni anticipate

La forte convuslione politica e sociale che vive la Bolivia – aggravata negli ultimi cinque giorni dalla rinuncia del presidente Carlos Mesa – ha dato ieri qualche segno di distensione, dopo l’arrivo al Palacio Quemado (la sede della presidenza della repubblica) di Eduardo Rodriguez, il presidente della Corte suprema, divenuto nuovo capo dello Stato a interim. Perché questo fosse possibile è stato necessario che rinunciassero ai loro diritti di successione il capo del senato e della Camera, Hormando Vaca Diez e Mario Cossio, entrambi invisi alla popolazione in quanto esponenti di quella «mega-coalizione» che aveva appoggiato il governo neo-liberista di Gonzalo Sanchez de Lozada – cacciato nell’ottobre del 2003 con un saldo di una sessantina di morti – e, più in generale, della «vecchia politica» di stampo mafioso.

I blocchi delle strade sono stato tolti a El Alto, la città contigua a La Paz sull’altipiano, e ci si è avviati alla «normalità» nonostante le posizioni radicali dei leader cittadini che hanno deciso di mantenere a tempo indefinito il «paro civico» che virtualmente assedia sede del governo.

Dopo le dimissioni di Carlo Mesa, lunedì, giovedì è stata una giornata di forte mobilitazione popolare, qui in Bolivia, contro la nomina di Vaca Diez, presidente del senato. Diversi settori sociali, soprattutto i minatori e i campesinos di Potosí, hanno preso d’assedio la tranquilla città di Sucre, dove i parlamentari si erano spostati alla ricerca di un posto appartato per poter scegliere il successore di Mesa. La Paz infatti era in pratica occupata dai movimenti sociali che esigono la nazionalizzazione degli idrocarburi, la convocazione di un’assemblea costituente e il rifiuto della successione presidenziale che sarebbe spettata al presidente del senato. «Se Vaca diventa presidente, guerra civile», gridavano i manifestanti. Il leader cocalero Evo Morales incitava alla «resistenza civile» per spingere verso le elezioni anticipate ma sotto la gestione del presidente della Corte suprema. Con lo stesso obiettivo anche settori della classe media avevano montato in lungo e in largo picchetti e iniziato scioperi della fame, insieme alle autorità locali.

La seduta parlamentare, inizialmente convocata per le 10 di mattina, poi rinviata alle 4 del pomeriggio, è stata di nuovo sospesa durante la notte mentre Vaca Diez fuggiva dalla moltitudine per trovare rifugio in una caserma. La spriale di violenza, costata la vita a un minatore, rendeva la situazione esplosiva. Wilbert Ramos, il principale leader campesino di Chuquisaca, il dipartimento di Sucre, aveva detto chiaro che «se Vaca Diez cerca di lasciare la città, lo squartiamo», mentre contingenti di campesinos si spostavano verso l’aeroporto per evitare che questo esponente di destra delle classi abbienti di Santa Cruz cercasse di tornare nel suo feudo continuando da là a tramare per ottenere la successione presidenziale. Il blocco dei partiti tradizionali ha cominciato a mostrare delle crepe e la chiesa si è incaricata di rendere ufficiale il rigetto del senatore da parte della maggioranza del paese.

Alcune ore prima l’ex presidente Mesa aveva fatto un’inattesa riapparizione sugli schermi televisivi per chiedere a Vaca Diez, in un discorso molto appassionato e di forte contenuto etico, un gesto «storico» di rinuncia. Il fatto che già ci fosse un morto ancor prima che il nuovo presidente si insediasse e il clima di crescente violenza che stava dilagando in tutto il paese, ha fatto precipitare nella notte il «passo indietro» dei presidenti delle due Camere e ha spianato la strada alla nomina del giurista Eduardo Rodriguez. Questi per prima cosa ha espresso la ferma «convinzione» che la sua nomina implicava «un rinnovamento del sistema politico» impegnandosi a convocare elezioni anticipate.

I movimenti sociali gli hanno concesso una tregua di dieci giorni, poi torneranno a mobilitarsi se non comincerà ad onorare la «agenda di ottobre» su cui si era impegnato mesa nel 2003: assemblea costituente e nazionalizzazione degli idrocarburi.

I minatori, dopo aver simbolicamente seppellito il loro compagno morto, hanno lasciato La Paz da eroi promettendo di «tornare» se le domande popolari resteranno ancora senza risposta. Idem per i campesinos, che sono ritornati alle loro comunità dopo due settimane di sfiancanti manifestazioni a centinaia di chilometri da casa. «Non abbiamo ottenuto quasi niente, ma almeno siamo riusciti a sbarrare la strada a due fascisti», ha detto il leader del sindacato campesino e senatore del Mas Roman Loyaza. Rodriguez «deve nazionalizzare il gas e impegnarsi a convocare la costituente», ha ammonito Evo Morales.

Solo i leader cittadini di El Alto hanno deciso di mantenere la pressione, senza dare tregua. Tuttavia ieri il «paro civico» a tempo indeterminato ha cominciato poco a poco a cedere, per effetto della stanchezza dopo tre settimane durissime di lotta. Ieri i camion cisterna hanno ripreso a uscire (pieni) dall’impianto di combustibile di Senkata, il cui blocco aveva in pratica lasciato a secco La Paz. I trasporti sono ripresi anche da La Paz verso l’interno del paese. I rischi delle posizioni più radicali sono quelli dell’isolamento del movimento di protesta, rischi già avvertiti nei giorni scorsi quando i leader sindacali hanno dovuto affrontare le proteste de donne di casa che reclamavano il combustibile per le necessità minime. «Non c’è esercito che resista senza mangiare», è stato il commento di un dirigente di El Alto, contrario allo sciopero a tempo indefinito.

Nonostante non si sia (ancora?) conseguita la nazionalizzazione, la rinuncia di Vaca Diez e Cossio, è vista come un duro colpo ai partiti tradizionali, all’oligarchia di Santa Cruz e di Tarija – le città ricche di quei due sono rappresentanti – e all’ambasciata Usa. Secondo l’analista politico Alvaro Garcia Linero «la parola d’ordine della nazionalizzazione ha ottenuto una vittoria ideologica perché da slogan “irrazionale” è divenuta elemento di un progetto politico popolare, un progetto post-neo-liberista che sta prendendo forma sempre più matura nel mondo plebeo della Bolivia». Ma, secondo lui, la possibilità che la sinistra alle prossime elezioni oltrepassi il 20% dei voti avuto da Evo Morales nel 2002, «passa obbligatoriamente per una strategia di fronti allargati», ciò che si scontra con la cultura corporativa e frazionista storicamente impregnata nel movimento popolare boliviano.

Dieci giorni.