Blood for oil

Blood-for-oil passa all’incasso? Sembrerebbe, se il disegno di legge pubblicato domenica dal londinese the Independent dovesse essere discusso e approvato dal parlamento di Baghdad nei prossimi giorni. Cose dell’altro mondo: contratti trentennali per le compagnie petrolifere, la garanzia del 70-75% dei profitti. Si torna indietro agli inizi del ‘900 quando la Standard Oil of New Jersey e la Royal Dutch o la British Petroleum promuovevano guerre per accaparrarsi pozzi e mercati o facevano e disfacevano leggi e presidenti.
Sarebbe troppo perfino per noi che, incorreggibili estremisti e astiosi anti-americani, avevamo sempre dubitato delle buone intenzioni di Bush e compagnia cantante. La guerra all’Iraq per mettere le mani sul petrolio? Quando mai. L’obiettivo della Bush & Blair band era quello di fare la guerra al terrorismo (anche se tutti sapevano che Saddam era un mascalzone, non un terrorista) ed esportare la democrazia in Iraq. Poi in Medio Oriente, poi chissà dove.
Esportare democrazia per importare petrolio. Gratis o quasi, l’industria estrattiva irachena a pieno ritmo potrebbe rendere 100 miliardi di dollari l’anno. E con profitti stratosferici, se è vero che di fronte a un prezzo del barile sui 60-70 dollari il costo di produzione è di 2 dollari.
Una vera rivoluzione, come scriveva ieri il Corriere della sera – che forse sarebbe più giusto chiamare contro-rivoluzione, anche se non è il caso di sottilizzare sulle parole -, l’uovo di Colombo. Anzi l’uovo di Pasqua anticipato o la Befana attardata per le compagnie che hanno qualche qualche problema altrove, dalla Nigeria del Mend alla Bolivia di Morales al Venezuela di Chavez.
Sarà per questo che alla rapina irachena di cui parla the Independent, oltre a Shell, Total, Bp, Chevron, parteciperebbe anche – se lo chiedeva ieri l’associazione Un ponte per… in un comunicato – l’italiana Eni (l’Eni che fu di Enrico Mattei). Erano solo i deliri di qualche ultrà senza cuore e senza patria a parlare dei soldati italiani spediti (da Berlusconi) a far la guardia ai giacimenti dell’Eni a Nassiriya?
Una rivoluzione non è mai un pranzo di gala, tanto più se serve a portare la democrazia e il progesso fra i barbari, il compito storico del «nuovo secolo americano» e di tutti i secoli precedenti dell’occidente cristiano. Sull’altare della democrazia e del progresso vanno messe in conto le centinaia di migliaia di civili iracheni massacrati in questi tre anni – 17 mila solo nella seconda metà del 2006 secondo il Washington post di ieri -, le Abu Ghraib e le Guantanamo, le inenarrabili barbarità etniche e religiose fra sciiti e sunniti, lo smembramento dell’Iraq, l’osceno linciaggio in diretta di Saddam, il possibile bombardamento nucleare israeliano sull’Iran, la tragica (e auspicata) esplosione della guerra civile inter-palestinese, l’infinità di «tragici errori» che la Nato – e quindi, anche se per il momento solo indirettamente, l’Italia – commette sulla popolazione dell’Afghanistan.
Oggi forse Bush svelerà i suoi nuovi piani per l’Iraq. Sembra di capire che la sua America, nonostante i risultati della guerra, i buoni consigli ricevuti e la maggioranza democratica al Congresso, sia deciso al forcing. Per «vincere la guerra» e far felice Al-Qaeda. O forse per garantire i prossimi profitti del blood-for-oil. Se non fosse per la quotidiana mattanza di civili iracheni, ci sarebbe da augurarsi che ci restasse ancora a lungo. Per impantanarsi definitivamente nel suo petrolio.