Blitzkrieg contro le Nazioni unite

I governatori Non hanno dubbi a Washington: una volta occupato l’Iraq devono essere gli Usa a governarlo. Altro che Onu!

Il boato delle esplosioni ha coperto il suono delle parole: quelle di Kofi Annan, che ha espresso «rincrescimento per l’azione militare iniziata contro l’Iraq» in quanto «una ulteriore azione diplomatica avrebbe potuto impedire la guerra»; quelle di Hans Blix, che ha detto di «non aver avuto ostacoli da parte irachena nell’ispezionare qualsiasi sito» e ha criticato «l’impazienza americana di andare alla guerra contro l’Iraq», suggerendo che «Washington ha avuto sin dall’inizio scarso interesse nel disarmo pacifico dell’Iraq». Queste dichiarazioni, fatte dal segretario generale dell’Onu e dal capo degli ispettori, confermano che la blitzkrieg statunitense sta demolendo le fondamenta su cui poggiano le Nazioni unite. L’attacco non è terminato. «I falchi di Washington – scrive il Financial Times (22 marzo) – insistono che le Nazioni unite hanno perso la loro credibilità e quindi non vogliono un loro coinvolgimento in Iraq al di là delle immediate esigenze umanitarie. Non c’è la pazienza a Washington per affrontare altri dibattiti con la Francia e la Germania nel Consiglio di sicurezza». Pressato dall’opposizione interna e dall’Unione europea, lo stesso fido Tony Blair è in difficoltà di fronte a questa posizione: chiede quindi una nuova risoluzione del Consiglio di sicurezza che, al termine del conflitto, faccia sì che le Nazioni unite «forniscano non solo aiuto umanitario ma anche si occupino dell’amministrazione e del governo dell’Iraq». Jacques Chiraq è perentorio: «La Francia non accetterà una risoluzione che legittimi l’intervento militare e dia agli Stati uniti e alla Gran Bretagna il potere di amministrare l’Iraq». Sulla stessa posizione è la Russia, che, attraverso il ministro degli esteri Igor Ivanov, accusa gli Stati uniti di «calpestare il diritto internazionale» e annuncia di voler sollevare alle Nazioni unite la questione della illegalità della guerra contro l’Iraq.

Che cosa farà l’amministrazione Bush? Semplicemente continuerà a ignorare l’autorità dell’Onu. Così come ha fatto quando ha deciso di attaccare l’Iraq: «Il Consiglio di sicurezza – ha dichiarato Bush due giorni prima – non è stato all’altezza delle sue responsabilità e quindi noi ci assumeremo le nostre». Ciò indica la chiara volontà di Washington, non solo in questa occasione ma anche in futuro, di non riconoscere alcun vincolo internazionale. «Le istituzioni e alleanze internazionali costruite per affrontare i conflitti del XX secolo – ha detto il vicepresidente Cheney – possono non essere più adatte ad affrontare le minacce odierne: la sola nazione che possiede la reale capacità di affrontare tali minacce sono gli Stati uniti».

La concezione che a Washington hanno del diritto internazionale è ben enunciata nei massimi documenti ufficiali: «Le forze armate statunitensi – si sottolinea nel Quadrennial Defense Review Report del Pentagono (30 settembre 2001) – devono mantenere la capacità, sotto la direzione del Presidente, di imporre la volontà degli Stati uniti a qualsiasi avversario, inclusi stati ed entità non-statali, cambiare il regime di uno stato avversario od occupare un territorio straniero finché gli obiettivi strategici statunitensi non siano realizzati». Non hanno quindi il minimo dubbio a Washington che, una volta cambiato il regime e occupato il territorio iracheno, debbano essere gli Stati uniti a governarlo nei modi da loro ritenuti più adatti.

Non tutti però, nell’establishment Usa sono convinti di tale politica. A dare voce ai dubbi è stato un editoriale del New York Times del 18 marzo che definisce quella contro l’Iraq una «guerra sulle rovine della diplomazia, una guerra senza obbligo di necessità, senza l’approvazione dell’Onu, né la compagnia dei tradizionali alleati», che rappresenta «il coronamento di un periodo di terribile fallimento diplomatico, il peggiore, da parte di Washington, da almeno una generazione». Le onde sismiche della guerra stanno dunque provocando ovunque non solo movimenti popolari, ma crescenti fratture politiche: nell’establishment Usa, nel governo britannico, nella Nato, nell’Unione europea, nei rapporti degli Stati uniti con Russia, Cina, Turchia e diversi paesi arabi. L’opposizione alla guerra, non per pacifismo ma per interesse, sta creando un asse di fatto tra Francia, Germania, Russia e Cina, in prospettiva molto più pericoloso per la potenza statunitense dello stesso «asse del male».